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Le ultime dal mondo del branding, del design e della comunicazione.

Ogni tanto vale la pena fermarsi un attimo e osservare cosa succede intorno a noi.

Non solo perché lavoriamo nel branding, ma perché i brand sono spesso lo specchio del tempo in cui viviamo. Raccontano come cambiano le persone, il mercato e il modo in cui scegliamo di comunicare.

Oggi vogliamo raccontarvi le 3 notizie che ci hanno colpito di più. Una parla di evoluzione, una di identità e una, purtroppo, della fine di un pezzo importante della cultura editoriale italiana.

Cominciamo!

KFC: quando un rebranding non ha bisogno di rivoluzionare tutto

Tra i rebranding che ci hanno colpito nelle ultime settimane c’è sicuramente quello di KFC.

Il progetto, firmato da Jones Knowles Ritchie (JKR), non stravolge l’identità di KFC, ma sceglie di valorizzarne uno degli asset più iconici: il celebre bucket.

In un periodo in cui molti rebranding sembrano inseguire la semplificazione estrema, KFC sceglie una strada diversa. Non rinnega il proprio passato, ma lo rafforza, trasformando un semplice contenitore in un vero e proprio asset identitario.

È una scelta intelligente perché dimostra che il branding non consiste nell’aggiungere continuamente nuovi elementi, ma nel capire quali siano quelli davvero distintivi e renderli ancora più riconoscibili.

Un approccio che condividiamo, perché dimostra come un buon rebranding non debba necessariamente reinventare un brand, ma possa rafforzare ciò che lo rende davvero riconoscibile.

Puoi approfondire il progetto direttamente nel comunicato ufficiale di KFC Global.

Bad Bunny × Zara: quando un brand racconta un luogo prima ancora di un prodotto

La seconda notizia riguarda la collaborazione tra Bad Bunny e Zara: Benito Antonio.

La cosa che ci ha colpito di più non è tanto la collezione in sé, quanto il progetto grafico sviluppato da M/M (Paris). Lo studio ha costruito un immaginario di Porto Rico, raccontandola in maniera naturale, esattamente per ciò che è: infrastrutture urbane, paesaggi quotidiani, texture, segni, tipografia. Tutto contribuisce a costruire un universo visivo autentico, profondamente legato alle origini di Bad Bunny.

È una scelta che va in una direzione molto interessante. Negli ultimi anni abbiamo assistito a tantissimi rebranding nel settore moda orientati verso una semplificazione quasi estrema (il famoso blending). In questo caso, invece, il racconto torna a essere ricco di riferimenti culturali, simbolici ed emotivi.

Ci ricorda molto il lavoro sviluppato per Amazzonia, dove l’identità non nasceva semplicemente da un sistema grafico, ma dalla volontà di raccontare un territorio, una storia e un immaginario.

Perché un brand forte non è quello che segue una tendenza estetica. È quello che riesce a costruire un mondo in cui le persone possono riconoscersi.

La collezione è disponibile sul sito ufficiale di Zara.

La chiusura di Wired Italia: quando non chiude solo una rivista

L’ultima notizia è probabilmente quella che ci ha colpito di più: Wired Italia chiude.

La crisi dell’editoria non è certo iniziata oggi e negli ultimi anni ha coinvolto moltissime testate. Ma Wired rappresentava qualcosa di particolare.

Per anni è stata una delle poche riviste italiane capaci di raccontare innovazione, tecnologia, design e cultura digitale con uno sguardo curioso, competente e mai banale.

Leggere l’ultimo editoriale del direttore lascia inevitabilmente un po’ di amarezza. Non tanto per la chiusura di una testata, quanto per quello che rappresenta: la perdita di uno spazio dedicato all’approfondimento e alla qualità dell’informazione.

In un momento storico in cui tutto sembra diventare sempre più veloce, superficiale e consumabile in pochi secondi, perdere luoghi che favoriscono il pensiero critico dovrebbe farci riflettere.

Puoi leggere l’ultimo editoriale pubblicato su Wired Italia.

Alla prossima puntata!

Ti è piaciuta questa nuova rubrica? Faccelo sapere nei commenti.

Ci vediamo il prossimo mese con le news croccanti del settore!

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