Scarichi finti e branding

Quando l’apparenza supera il contenuto

Fabri questa settimana aveva qualcosa da dire. E – come spesso accade quando Fabri vuole comunicare – a lui piace utilizzare metafore. E, ovviamente, queste metafore sono sempre legate al mondo dei motori. Qualcuno potrebbe pensare che sia un cliché, ma in realtà nascondono pensieri profondi. Devi solo avere la pazienza di aspettare e lasciarlo navigare fra motori e cilindri.

Quindi questo articolo non parlerà semplicemente di auto o moto, ma di forma, funzione e apparenza. Insomma, parlerà di design e progettazione.

E quindi, benvenuti nel mondo di Fabri!

SuperBlog secondo Fabri

Qualche tempo fa mi sono imbattuto in un articolo sulle auto contemporanee. Il tema era uno solo: gli scarichi finti. Molte delle auto che vedete in giro, infatti, hanno terminali di scarico che sono pura scenografia. Cromature incollate sul paraurti. Forme che imitano prestazioni che non ci sono. Lo scarico vero? È lì, da qualche altra parte, nascosto.

Fa ridere sì, ma anche riflettere.

Come siamo arrivati qui

L’evoluzione è stata graduale, come tutte le cose che a un certo punto sembrano normali.

Negli anni ’80 e ’90, gli elementi sportivi sulle auto avevano quasi sempre una funzione reale. Uno spoiler serviva a qualcosa. Le prese d’aria maggiorate erano lì per una ragione tecnica. C’era una corrispondenza tra forma e funzione.

Poi, negli anni 2000, le case automobilistiche hanno iniziato a introdurre elementi puramente estetici per ragioni di marketing e di economia di scala. Il terminale di scarico vero? Nascosto. Al suo posto, una cornice cromata che lo simula. Più economico da produrre, stesso effetto visivo.

Negli anni 2010 la pratica è esplosa: scarichi decorativi, prese d’aria cieche, diffusori senza funzione aerodinamica, griglie che imitano sfoghi inesistenti. Audi con le versioni S line che aggiungono estetica sportiva senza modifiche meccaniche. BMW con il pacchetto M Sport. Mercedes con gli allestimenti AMG Line. Auto che sembrano più di quello che sono.

E poi è arrivato l’effetto collaterale più interessante: se i costruttori stessi sdoganano il falso, diventa normale per tutti. È esploso il mercato degli accessori aftermarket — badge, alette, diffusori, tutto prodotto in serie e comprato online — perché se il marchio premium lo fa, perché non posso farlo anch’io?

Il punto non sono le auto

Le auto mi hanno fatto pensare alla comunicazione. E in particolare a quanto questo meccanismo — l’estetica che dimentica completamente la funzione — sia diventato pervasivo anche lì.

Quante aziende comunicano più di quello che sono? Quanti brand costruiscono un’immagine che non corrisponde a nessuna competenza reale? Quanti post, quante campagne, quanti siti web sono, in fondo, scarichi finti?

Non è un giudizio morale. È una domanda pratica. Perché l’apparenza funziona, nel breve periodo. Attira attenzione, genera clic, crea una prima impressione. Ma poi, come con le auto, arriva il momento in cui qualcuno controlla se quello scarico sia effettivamente funzionante.

E lì crolla tutto.

L’unica cosa che dura

La credibilità di un’azienda si misura nel tempo attraverso i fatti. Non le targhette. Non i claim. Non il numero di follower.

Che poi alla fine è il valore che cerchiamo di trasmettere tutti i giorni qui in Supermad, promuovere la qualità nella quantità; la sostanza piuttosto dell’apparenza. E lo facciamo per noi, come per i clienti con cui lavoriamo.

Perché un brand costruito su fondamenta false regge finché non piove. E prima o poi piove sempre.

— Fabri

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