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Il nostro punto di vista.

The Social Dilemmail documentario diretto da Jeff Orlowski e inserito nel catalogo Netflix qualche giorno fa, sta facendo molto parlare di sé.

Campeggia sin dalla sua uscita nella Top Ten della piattaforma -oggi in Italia è al quarto posto-, suggerendo dunque che il tema trattato nel documentario interessi molto.

A dire il vero non si tratta soltanto di un documentario, in quanto è presente anche una parte di fiction che francamente abbiamo poco apprezzato, ma che certamente funge da “esca” per chi è meno avvezzo alla visione di un documentario.

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Ma di cosa parla The Social Dilemma?

Come si può intuire dal suo titolo, il documentario parla dei social network, dei loro meccanismi, del modo in cui generano dipendenza e influenzano il dibattito pubblico con fake news e una visione polarizzata della realtà.

Insomma, i temi trattati sono tanti e tutti molto complessi, tanto che il documentario risulta -almeno ai nostri occhi – non come un vero e proprio approfondimento, ma più che altro come una chiamata collettiva alla riflessione.

Togliamoci subito il pensiero.

Che i social network generino una dipendenza comportamentale è ormai cosa nota – come descrive Adam Alter nel suo interessantissimo libro: Irresistible -, ma sempre Alter nello stesso libro descrive i persuasivi meccanismi di cliffhanger proposti proprio da Netflix per generare dipendenza nei suoi spettatori.

Il dibattito online a riguardo è ancora molto acceso: può il bue dare del cornuto all’asino?

Per quel che ci riguarda, e per come la vediamo, ci interessa poco rispondere a questa domanda per una semplice ragione: ad essere intervistati da Orlowski ci sono alcuni tra i personaggi più autorevoli ed esperti sull’argomento, persone che hanno lavorato nelle tech corporate occupandosi in prima persona dello sviluppo delle stesse app che oggi tutti noi usiamo ogni giorno.

Tristan Harris -ex ethical designer per Google-, Justin Rosenstein -ideatore del tasto like di Facebook-, Shoshana Zuboff -social psychologist ad Harvard-, e ancora Jaron Lanier, una vera e propria leggenda vivente dell’informatica.

Abbiamo citato solo alcuni degli intervistati, ne mancano molti, soltanto per far notare il peso in termini di autorevolezza del lavoro di Orlowski.

Parlare di come anche Netflix possa generare dipendenza, spostando l’attenzione dal tema proposto nel documentario, non ci sembra un modo costruttivo di affrontare la questione.

Allora rimaniamo sul punto.

Cosa pensano questi grandi esperti della questione social network?

In breve: secondo loro rappresentano la più grande minaccia sociale dei nostri giorni, il mondo sarebbe un posto migliore se non fossero mai stati creati.

Proprio a questo proposito, il già citato Jaron Lanier ha scritto un libro che ha il potenziale per cambiare la vita dei suoi lettori: Ten Arguments for Deleting Your Social Media Accounts Right Now, testo in cui espone in maniera estremamente chiara le ragioni per cui i social network sono tossici e dannosi per noi stessi e per gli altri.

Insomma, a nostro avviso il documentario di Orlowski è un buon modo per avvicinarsi a questo tema complesso e per sensibilizzare l’opinione pubblica in merito.

La cosa buffa è che si finisca a parlarne proprio sui social network, gli stessi luoghi virtuali dove le opinioni si polarizzano, e dove le bolle del consenso rendono quasi impossibile uno scambio costruttivo con l’altro -proprio come viene descritto in The Social Dilemma-. 

Come la pensiamo noi?

Beh, proprio come Jaron Lanier.

Ci piacerebbe che l’invidia sociale, le fake news, i subdoli meccanismi di profitto, la sofisticazione della realtà cessassero.

Ci piacerebbe un web meno polarizzato, meno cacofonico e più incline alla solidarietà e all’empatia.

Ci piacerebbe che fosse abitudine comune leggere libri, approfondire la propria conoscenza concedendosi il tempo necessario per farlo, sviluppare il proprio pensiero critico consapevoli che sia l’unico vero strumento per partecipare alla vita sociale in modo costruttivo.

Ci piacerebbe un modo diverso di intendere il business, magari con meno social network, magari senza quella patinatura tipica di ogni inserzione pubblicitaria digitale, che sembra sempre proporci la soluzione più sana, naturale e stucchevolmente buona di migliorare la nostra esistenza.

Se siete arrivati fino qui vi ringraziamo, facendovi notare che probabilmente siete il tipo di persona che vuole ancora dedicare il tempo giusto alle cose, che non vuole reagire di pancia, che non vuole partecipare a questa rumorosa messa in scena che ogni giorno va in onda sui nostri smartphone, proprio sotto le nostre dita e dentro i nostri più reconditi pensieri.

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