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Breve viaggio precario alla scoperta dei lati oscuri del mondo del lavoro.

Continua il nostro viaggio alla scoperta dei lati oscuri del mondo lavoro. La tappa di oggi è particolarmente significativa: stage! Allaccia le cinture: sarà un viaggio piuttosto precario!

UNA VERA ST(R)AGE!

Abbiamo fatto un po’ di ricerche e abbiamo scoperto che non è facile mettere a fuoco la situazione degli stage in Italia. Non esiste infatti un documento riassuntivo in grado di organizzare i dati e offrire una panoramica complessiva sul fenomeno. Tuttavia, in rete si trovano alcuni documenti capaci di fare un po’ di chiarezza. Noi ci siamo fatti aiutare dalla RICERCA  di Rossana Cillo dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Anche il sito La Repubblica degli Stagisti  è una fonte autorevole: da anni raccoglie le esperienze, le analisi e le prospettive dall’universo degli stagisti.

I dati emersi dallo studio di Rossana Cillo mostrano che in Italia, nel 2015, erano attivi circa un milione di stage. A questi vanno sommati gli stage non dichiarati (in nero). La ricerca è di qualche anno fa, ma considerato il disinteresse della politica e la limitatezza del dibattito, possiamo sbilanciarci nel supporre che il fenomeno sia ancora molto diffuso. Sappiamo tutti che lo è: lo apprendiamo dalle nostre esperienze, da quelle dei nostri amici e dei nostri cari.

LAVORATORI, NON STAGISTI!

Che migliaia di aziende sfruttino la manodopera e le competenze a basso costo (spesso gratuite), di un’infinità di giovani studenti è un fatto acclarato. Tra stage curricolari, extracurricolari, stagisti dalle scuole superiori e dai percorsi di formazione professionale; l’industria italiana può contare su un numero enorme di risorse. Il generale disinteresse per questa forma di sfruttamento è allarmante. Da ciò nasce l’abitudine tossica di considerare lo stage come una tappa naturale nel percorso di ogni giovane cittadino italiano. Altra abitudine tossica è quella di utilizzare acriticamente l’etichetta stagista, come se gli stagisti siano altro rispetto ai lavoratori.
Non è così! Gli stagisti sono lavoratori!

giovane lavoratrice

STAGE IS THE NEW GAVETTA.

A mesi, se non anni di stage, segue poi la celebre gavettaCome dimenticare la gavetta! Quella fase iniziale del percorso professionale dove ti pagano meno e dove non puoi occupare posizioni di rilievo, anche se hai studiato anni, anche se ti hanno già sfruttato per lungo tempo. Quante volte abbiamo sentito dire, o abbiamo detto: “È normale, prima devi fare la gavetta”, con un tono di pacifica rassegnazione.

Abbiamo accettato così di buon grado la presenza di questi concetti nella nostra cultura del lavoro, che oggi la parola stage e la parola gavetta sembrano quasi sovrapponibili. Consideriamo normale che un giovane faccia uno o più stage e che venga pagato una miseria senza poi essere nemmeno assunto. Consideriamo normali dei ridicoli rimborsi spesa. Consideriamo normale sfruttare le preziose competenze di giovani laureati dando loro il corrispettivo istituzionale della paghetta.

In verità si tratta di adulti ai quali non viene riconosciuta alcuna dignità professionale, persone che si sono impegnate per anni, o più semplicemente ragazzi e ragazze delle scuole superiori che prestano manodopera gratuita nelle aziende (a volte si infortunano, o addirittura perdono la vita), ai quali non viene riconosciuto nulla.

E ADESSO CHE SI FA?

L’esercito degli stagisti e dei lavoratori precari è sterminato, disarmato e disgregato. Spesso i più specializzati lasciano il Paese per accedere a stipendi e condizioni migliori, tutti gli altri gestiscono l’emergenza con gli strumenti di cui dispongono, ma è una battaglia impari. La politica è assente da anni e la classe dirigente non sembra trovare così interessante l’argomento. Tutto questo si traduce in sfiducia cronica nelle istituzioni e in una mancanza di prospettive che spaventa ed immobilizza milioni di persone. Il tessuto sociale si disperde in questo circolo vizioso: molti giovani lasciano il Paese, tanti altri si rassegnano e i più anziani osservano inermi, ricordando quanto fosse diverso il mondo del lavoro ai loro tempi.

Il problema è così diffuso da lasciare poco spazio alla speranza, ma dobbiamo parlarne, dobbiamo chiedere alla politica di occuparsi di tutto questo. Non ci sono alternative, se non quella di lasciare che tutto peggiori, ogni giorno sempre di più, proprio sotto i nostri occhi.

 

Nell’articolo di settimana scorsa, intitolato Lavorare di merdaabbiamo individuato 4 abitudini che peggiorano drasticamente la qualità del nostro lavoro! Presto dedicheremo un blog post a ciascuna di queste! Resta con noi! Se ti interessano i temi che trattiamo nel nostro blog ti invitiamo a seguirci anche su Instagram e Facebook!

 

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