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La serie sudcoreana prodotta da Netflix merita davvero tutto il nostro clamore?

Squid Game è senza dubbio il fenomeno più chiacchierato del momento e, come spesso accade sulle pagine del nostro blog, oggi ne parleremo con voi sfruttandolo come trampolino per proporvi alcune riflessioni.
Se non sapete cosa sia Squid Game significa che probabilmente avete passato gli ultimi giorni in totale isolamento, dato che ne parlano tutti (testate nazionali comprese).
La nuova serie sudcoreana scritta e diretta da Hwang Dong-hyuk e prodotta da Netflix ha infatti generato un’ondata d’interesse che ha pochi precedenti, e la rete pullula di meme e riferimenti di ogni tipo alla serie.

Di che si tratta? No spoiler.

Senza entrare troppo nel merito della vicenda narrata dalla serie possiamo dirvi che Squid Game propone un canovaccio piuttosto usuale, ma lo fa in modo decisamente accattivante.
Se da un lato infatti l’idea del gioco sadico nel quale i partecipanti rischiano di morire sottoposti ad ogni genere di crudeltà non è esattamente una novità per chi mastica un po’ di cinema, dall’altro non è scontato trovare una serie convincente costruita su un canovaccio così inflazionato.

Oggi vogliamo analizzare dalla nostra prospettiva il successo di Squid Game, condividendo con voi le nostre riflessioni.

meme squid game

Com’è Squid Game?

Stilisticamente l’opera si presenta solida e, in alcuni frangenti, addirittura iconica. Sagace la scelta dei costumi, delle maschere e delle ambientazioni, che si imprimono nella mente dello spettatore con fotogrammi fortemente simbolici ed accattivanti.
La prova degli interpreti principali risulta convincente – anche se l’evoluzione di Seong Gi-Hun, il protagonista, non ci è sembrata particolarmente credibile – e in generale la qualità del girato è tecnicamente apprezzabile. La serie punta tutto sull’intrattenimento, e in tal senso i suoi nove episodi scorrono molto rapidamente, ma allo stesso tempo Hwang Dong-hyuk fa davvero poco per emanciparsi da alcuni dei cliché cinematografici più stucchevoli, non riuscendo dunque ad accontentare i palati più esigenti.

Non fraintendeteci: sappiamo che si tratta di una produzione Netflix e che in quanto tale il suo obiettivo primario è quello di piacere al grande pubblico, e in tal senso Squid Game ha davvero fatto centro. Quello che non ci convince non è l’opera in sé – che ci ha divertiti e intrattenuti – ma proprio l’hype e l’attenzione morbosa che rivolgiamo a fenomeni tutto sommato non così raffinati.

La riflessione che vi proponiamo è proprio questa: è sano che questo tipo di prodotto generi così tanto interesse?

locandina

Chi segue la settima arte si sarà accorto della crescente influenza del cinema sudcoreano nella cultura cinematografica europea e statunitense. Se avete visto capolavori come Parasite del regista Bong Joon Ho, oppure Burning di Lee Chang-dong, oppure ancora il meno recente Ferro 3-La casa vuota di Kim Ki-duk – solo per citare alcune delle pellicole più note -, sapete quanto il cinema sudcoreano sappia produrre opere di grandissimo spessore, in grado di offrirci storie esotiche, complesse e travolgenti sia sul piano stilistico che su quello narrativo.

Con Squid Game gli autori sono riusciti a cavalcare la crescente ondata di interesse verso il cinema sudcoreano, proponendo un’opera esotica ed appetibile. È chiaro a tutti però che Squid Game non possa – e probabilmente non voglia – vantare la complessità e la profondità dei film sopra citati, e nemmeno di moltissimi altri ovviamente. Questa serie è, a nostro avviso, un prodotto di intrattenimento confezionato bene e venduto ancor meglio, niente di più.

frame film

Lasciarsi andare a facili clamori per la visione di questo genere di contenuti significa, secondo noi, alimentare l’omologazione culturale.
Il grande pubblico grida all’unisono il suo entusiasmo e la rete lo amplifica come un megafono.
Si abusa dei superlativi assoluti, si parla in termini entusiastici di una serie che nasce con l’intento primario di intrattenere (non a caso è stata prodotta da Netflix).
Le conseguenze di questi atteggiamenti sono potenzialmente nefaste per ogni genere di produzione artistica. Vale forse la pena, infatti, interrogarsi sul valore di una certa forma di intimità del giudizio e delle opinioni, perché soltanto così è possibile preservare l’originalità e la spontaneità delle produzioni artistiche.
Chi si occupa di arte, infatti, non dovrebbe subire la pressione del giudizio e del gusto collettivo, per riuscire ad esprimersi il più liberamente possibile.
Un pubblico omologato e conformista è un pubblico prevedibile che imbriglia l’arte vincolandola ad esprimersi in modo sempre più uniforme.
Conserviamo i superlativi assoluti per le migliori occasioni e concediamoci la possibilità di provare piccole e grandi gioie davanti ad opere di qualsiasi caratura, commentandole e criticandole con giudizio e dando loro le proporzioni adeguate.

frame film

Squid Game è già un cult, ma merita davvero di esserlo?

Non dimentichiamo che grazie al nostro facile clamore abbiamo reso cult produzioni come La casa di carta, che in termini di scrittura può vantare alcuni degli espedienti e degli snodi narrativi più forzati, ridondanti e stucchevoli – per non usare altri aggettivi – di sempre. Forse prima di definirla cult, è bene lasciare che un’opera decanti, per comprendere come resisterà al passare del tempo.
Vogliamo evitare qualsiasi fraintendimento: Squid Game ci ha divertiti – a differenza de La casa di carta – e a dirla tutta, lo abbiamo visto in soli tre giorni. La nostra non è una polemica in senso stretto all’opera in sé, che peraltro fa egregiamente il suo lavoro, ma soltanto una riflessione sul valore del silenzio, dell’intimità delle opinioni e del pensiero critico.

Avete visto Squid Game? Ci farebbe molto piacere confrontarci con voi e sapere cosa ne pensate delle nostre considerazioni. Scriveteci pure nei commenti!

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