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Springmad: il nostro racconto di primavera!

Testi: davide.pellegrino | Illustrazioni: martina.acetti

Vera e la sua mongolfiera precipitavano inesorabilmente tra il fischio del vento e il rumore delle lenzuola, che come grosse ali spezzate d’un uccello morente, si dimenavano nella notte per non cadere.

Mentre il vento le strappava lacrime salate dagli occhi portandole via lontano, Vera si stringeva le gambe contro il petto, desiderando che tutto finisse in fretta.

D’improvviso il cesto di legno d’ulivo cominciò a strisciare sulla sabbia fine del deserto, producendo un rumore secco e prolungato. All’inizio Vera pensò fosse quello dell’acqua del mare, ma non appena si accorse che la mongolfiera andava riempiendosi di sabbia rossa, si sentì sollevata. Non fece in tempo a credersi salva che il cesto cominciò a muoversi irregolarmente e darle strattoni, rimbalzando sugli spigoli e precipitando lungo il pendio di una grande duna.

Si coprì la testa con le mani e si mise a gridare, ma la voce le usciva rotta dalla paura.

La caduta s’arrestò d’improvviso e Vera, tutta scompigliata, uscì dal cesto riverso sulla sabbia gattonando lentamente.

01_mongolfiera_caduta_Q

Davanti a lei un’immensa distesa di sabbia, l’ondulare sinuoso delle dune verso l’orizzonte e il cielo chiaro d’una notte piena di stelle. Vera prese le lenzuola e le coperte che aveva usato per cucire il pallone della mongolfiera, le arrotolò e le legò allo zaino. Le sarebbero servite per superare la notte. Si lasciò il cesto d’ulivo alle spalle e iniziò il cammino in direzione dei suoni della grande festa, che adesso le giungevano di nuovo nitidi e distinti.

Poteva riconoscere le voci, le risa, il percuotere di mani sulle pelli dei tamburi e i canti in una lingua sconosciuta e così bella da ascoltare. Quella nenia la guidava nel cammino, ma discendere e risalire dalle dune le costava una fatica tremenda, e Vera si sentiva esausta. Decise di aspettare l’alba per rimettersi in cammino. Si avvolse nelle lenzuola che profumavano ancora di sapone e si sdraiò sulla sabbia fredda. L’immensità del deserto e lo sguardo muto di tutte quelle stelle le facevano sentire il peso dell’universo.

Una stretta morsa d’angoscia le comprimeva il petto, ma Vera sapeva che era tutta colpa della notte e della solitudine. Sapeva che doveva aspettare il giorno per ritrovare la lucidità, così chiuse gli occhi e provò ad allontanare ogni cattivo pensiero.

Fu allora che cadde in un sonno senza sogni.

02_desertoNotte_Q

I raggi del primo sole del mattino resero l’aria tiepida e piacevole.

Vera si svegliò e immerse le mani nella sabbia fresca, poi si stropicciò gli occhi e arrotolò le lenzuola. Era di nuovo pronta per mettersi in cammino, così come aveva lasciato la sua masseria pensava, avrebbe lasciato anche quelle dune silenziose. L’intenzione non era certo cambiata: il suo viaggio proseguiva.

Vera seguiva la cresta delle dune per non esaurire le forze cercando di scalarle, camminava lenta e di tanto in tanto sorseggiava dell’acqua che le era rimasta nella borraccia. Arrivata sulla cima di una grande duna si sedette per riposare un poco e per scrutare l’orizzonte in direzione dei suoni della festa.

Fu allora che vide i profili di una grande kasbah crepitare in lontananza come un miraggio. Le alte mura gialle della città fortificata vibravano nell’aria calda del deserto, invitandola con fare sinistro ad avvicinarsi. La musica e le voci provenivano proprio da lì, Vera ne era certa, eppure quel luogo non sembrava affatto in festa.

Il sole camminava insieme a Vera in direzione della kasbah, e infine tramontò proprio dietro alle sue mura dipingendole di rosso. Le alte dune avevano lasciato spazio ad una distesa piatta di sabbia battuta, e i bastioni prima lontani ed evanescenti della fortezza adesso erano proprio lì davanti a lei.

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I tonfi dei tamburi facevano vibrare l’aria e le rimescolavano le viscere, e mentre i canti si levavano alti oltre le mura, Vera fu sopraffatta dall’angoscia accorgendosi che dietro gli scuri malconci delle finestre non c’era vita. Gettò lo sguardo oltre i bastioni della fortezza per scorgere anche il più piccolo segno dell’abitudine quotidiana d’una città, cercando lenzuola stese, il profumo del pane o le luci in una casa nella sera, ma niente, niente pareva essere vivo dietro quelle mura.

Non le rimaneva che affrontare la sua paura e percorrere i vicoli della kasbah per capire cosa celasse davvero quella festa misteriosa.

Così con passi brevi e titubanti, si avvicinò all’imponente portone d’ingresso della città fortificata, che segnava categoricamente il confine tra il deserto e le sue strade.

Si accorse d’un uomo esile che sedeva nella polvere ai piedi delle mura, proprio accanto al grande portone. Era vestito d’un abito blu che lo copriva fino ai piedi e che ne celava lo sguardo con un copricapo. L’uomo alzò lentamente la testa, poggiando la nuca contro il muro, poi con un gesto lento ed elegante sollevò il copricapo e guardò Vera negli occhi.

I suoni della grande festa si arrestarono d’improvviso, e tra lo sguardo di Vera e di quell’uomo misterioso, ora rimaneva soltanto un polveroso silenzio.

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