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Springmad: il nostro racconto di primavera!

Testi: davide.pellegrino | Illustrazioni: martina.acetti

L’aria umida e tiepida del mattino saliva dal mare e sospingeva la mongolfiera di pezza in un volo senza gravità.

Vera si stringeva in una coperta, tenendone un lembo sotto le narici per respirare il profumo di casa. La masseria non le mancava, ma desiderava tenere con sé qualcosa che gliela ricordasse.

Riusciva appena a sporgersi dal grande cesto di legno d’ulivo, così quando il sole fu sufficientemente in alto da scaldarle le ossa, arrotolò la coperta e la mise sotto i piedi per sollevarsi un poco e riuscire a guardare meglio fuori.

Poteva ancora scorgere la costa, anche se era già lontana come l’orizzonte ed era impossibile distinguerne i tratti, riconoscerne le insenature, le spiagge o le colline.

Era soltanto una sottile linea verde, che tra la foschia e la distanza si poteva scambiare per una nuvola bassa.

Vera si accorse che la sua mente si concentrava senza che lei lo volesse su un punto preciso di quella terra appena visibile. Non aveva più alcun riferimento per distinguerne i profili, eppure guardandola le sembrava di riconoscere ancora dove fosse casa sua.

C’era un tratto di verde più scuro, macchiato appena d’una linea color della sabbia. Quella doveva essere la spiaggia davanti alla masseria.

Prima di partire per raggiungere quella festa lontana, Vera era rientrata silenziosamente in casa che ancora era buio, e dopo aver cucito il pallone della sua mongolfiera prese delle provviste dalla dispensa, una coperta e dei vestiti puliti, poi scrisse un biglietto che lasciò sul tavolo nel tinello:

 

“Ho sentito di una grande festa in mezzo al mare dove si danza, si suona e si sta svegli tutta la notte per celebrare l’arrivo della primavera. Starò via per un po’”.

 

Aveva scritto la verità su quel biglietto, non voleva mentire, e non le importava se questo avesse fatto preoccupare di più sua madre, suo padre e i suoi fratelli. Era grande abbastanza per volare da sola, e non doveva certo fingere che non fosse così.

01_veraMongolfiera_mare_Q

Il tepore del mattino era così piacevole che Vera faticava a rimanere sveglia e a governare il volo.

Sentiva le palpebre scaldarsi al sole, e se chiudeva gli occhi vedeva soltanto l’alone rossastro della luce che ne attraversava la pelle sottile.

Non aveva più freddo adesso, e la coperta ben piegata sotto i piedi la sollevava abbastanza da poter guardare fuori dal cesto.

Il mare scorreva lento e senza onde sotto l’ombra della sua mongolfiera. Aveva una sfumatura di blu che non aveva mai visto prima, ed era così profondo e misterioso che sembrava custodire tutte le cose che l’uomo non può conoscere.

Il cielo invece non aveva colore, e quel poco del suo azzurro l’aveva certo rubato al mare, e Vera poteva attraversarlo con il volo leggero e silenzioso della sua mongolfiera.

 

Dal fondo del cesto si levò un profumo familiare che le stuzzicò l’appetito.

Pane e frittata della mamma, li aveva presi quella mattina, e dopo tutta la fatica fatta per costruire la mongolfiera e dopo quelle ore intense di volo, le era venuta una fame tremenda.

Addentò il pane farcito con soddisfazione e voracità, guardando verso il sole, stupendosi ad ogni boccone di quel gusto tanto semplice quanto succulento.

Il vento le portava il profumo del pane e delle uova fritte fin dentro le narici, raddoppiando il piacere di quel pranzo sospeso nel vuoto.

02_isole_Q

Il pomeriggio cedette il passo al crepuscolo, poi alla sera.

La musica e i canti della festa adesso erano molto più vicini di quando era partita, ma Vera non poteva ancora capire da dove provenissero esattamente.

Sotto la sua mongolfiera scorrevano lente tante piccole isole. Vera le osservava attentamente, per scorgere anche solo un segno di luce della grande festa.

Poco più avanti invece, le isole si interrompevano per lasciare spazio ad una immensa distesa di dune sinuose che il sole del crepuscolo dipingeva di rosso e di nero.

Se non era su una di quelle isole, pensava Vera, allora la festa doveva essere proprio lì, tra quelle dune.

03_deserto_Q

Iniziò a soffiare il vento, mescolando le voci della festa e confondendo i sensi di Vera, che adesso faticava a governare il volo. La musica che le giungeva da ogni direzione sembrava provenire da grandi corni suonati da giganti.

Presto quella musica si trasformò in rumore, le voci allegre in chiasso indistinto e il vento lieve divenne bufera.

Vera stringeva le mani attorno alle corde con così tanta forza da sentirne la fibra ruvida infiammarle la pelle.

Il fuoco sotto il pallone si spense soffiato via dal vento, e rimase soltanto la luna con la sua luce argentata a illuminare Vera e la sua mongolfiera.

Ma la luna non poteva certo riempire il pallone d’aria calda come faceva il fuoco, così la mongolfiera cominciò inesorabilmente a perdere quota e dirigersi verso il mare.

Vera tirava le corde del pallone, si dimenava nel cesto che il vento faceva ondeggiare paurosamente. Doveva prolungare il volo per riuscire ad atterrare sulle dune che aveva visto prima che la bufera cominciasse.

In quella notte di tempesta infatti, col vento freddo e rapido, non sarebbe sopravvissuta in mezzo al mare, e di certo non avrebbe potuto scegliere una di quelle piccole isole per l’atterraggio. Le serviva molto spazio per portare la mongolfiera a terra in quelle condizioni. Una sconfinata distesa di sabbia rossa e tanto coraggio, erano tutto ciò che le serviva per un atterraggio morbido.

 

La bufera era diventata impetuosa e Vera non riusciva a restare in equilibrio, era terrorizzata all’idea che una di quelle raffiche potesse farla precipitare in mare.

Così si rannicchiò in un angolo del cesto, tenendosi le ginocchia contro il petto.

La mongolfiera non poteva più essere guidata, il vento aveva strappato alcune delle lenzuola, che ora sbattevano forte contro il pallone producendo un rumore che le agitava l’anima.

Ora tutto era nelle mani della bufera e della notte.

L’aria non era più profumata, e sapeva soltanto di sale e di freddo, ma l’aroma delle uova fritte del suo panino le era rimasto sui vestiti e nelle narici, così Vera inspirò profondamente per catturarlo tutto e tornare a casa per un attimo, soltanto un attimo, prima che la folle discesa verso l’ignoto diventasse semplicemente inevitabile.

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