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Springmad: il nostro racconto di primavera.

Testi: davide.pellegrino | Illustrazioni: martina.acetti

Ad aspettare la primavera c’erano gli ulivi, che l’attendevano in silenzio, immobili sulla terra rossa coperta di brina. Aspettavano la primavera anche le viti, che si tenevano per mano sotto i teli che ne coprivano persino il profumo.

C’era tutto il paese che aspettava la primavera affacciato sul mare, col suo piccolo porto, dove le lampare sonnecchiavano quiete in attesa di uscire a pescare in un giorno di sole. C’era la campagna poi, con il suo silenzio profumato, le masserie bianche solitarie, nascoste fra corbezzoli e lentischi.

E infine c’era Vera, una ragazza che da sempre viveva lì, tra le mura di tufo della masseria di famiglia. Da piccola quelle mura l’avevano protetta, e ogni gesto che si ripeteva sotto il loro sguardo diventava piacevole abitudine quotidiana. La pietra porosa e morbida assorbiva l’odore del mare, così sapeva di sale e di terra rossa. La campagna tutt’intorno poi, era uno scrigno di profumi preziosi e frutti, e ortaggi.

Quando veniva l’estate Lina, sua madre, raccoglieva dall’orto le melanzane, poi le tagliava sottili e vi riempiva dei grandi cilindri di marmo, le cospargeva col sale e vi appoggiava sopra un grosso peso, per far uscire l’acqua. Così passavano delle giornate intere, poi preparava le conserve.

In quei giorni alla masseria si respirava un’aria leggermente acidula e amara, che piaceva tanto a Vera.

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Prima di dormire, Vera si affacciava alla finestra di camera sua, e contemplava la spiaggia e gli ulivi che arrivavano fin sopra le sue dune. Il rosso della terra, il verde degli ulivi e il blu del mare di notte si fondevano per diventare un unico colore. Non era nero, era più il colore delle ombre, e quando c’era la luna piena le fronde si coprivano d’argento e le olive parevano stelle vicine.

 

L’inverno era finito da poco, e Vera iniziava ad andare più spesso alla spiaggia, passando per gli uliveti e calpestandone la terra rossa attenta a non disturbare i grilli. Non c’erano ancora le cicale e il loro canto le mancava da morire. Lina aveva iniziato a stendere il bucato sulle corde tese in cortile, così la campagna intorno alla masseria profumava di sapone e di pulito.

Quando tornava da scuola Vera amava correre tra i panni stessi prima di entrare in casa, poi amava sentire il profumo del sugo e della cicoria soffritta che l’aspettavano sin dal mattino.

 

Quando iniziava la primavera c’era una festa lontana che prendeva vita di notte nel mare.

Vera restava affacciata alla finestra fino alle prime luci del mattino per ascoltare quelle voci e quella musica. Provenivano dal cuore del mare, e il vento le portava con grande fatica fino alla masseria. Bisognava stare ben attenti per poterle sentire, bastava che il vento si placasse per qualche istante perché andassero completamente perdute.

 

Quella notte Vera si sentiva irrequieta, perché le voci di quella festa lontana le sembravano più vicine di ogni altra sera, e anche il ritmo dei tamburi le giungeva più scandito.

Si affacciò alla finestra e scrutò l’orizzonte piatto del mare per scorgere anche soltanto un segno di luce di quella festa, ma niente, non vedeva nulla. Così scese in cortile, poi corse tra gli ulivi di notte, attraversò le dune di sabbia e si trovò coi piedi bagnati all’inizio del mare.

Tese la mano sulla fronte, e come un esploratore davanti a un mondo nuovo, scandagliò l’orizzonte. Adesso la festa le sembrava così vicina, eppure niente, non vedeva ancora nulla.

Guardandosi alle spalle Vera vedeva la masseria, i gesti ripetuti di suo padre e sua madre, i giochi con i suoi fratelli e il grande silenzio della campagna.

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Questo era tutto ciò che l’aveva cresciuta.

Davanti a sé invece, Vera aveva il mare, un amico sconosciuto, un padre che sapeva essere dolce e silenzioso, così come impetuoso e furibondo. Poi c’era il cielo con le sue sfumature che a volte prendevano la forma degli ulivi, a volte delle macine e a volte delle melanzane.

Davanti a sé, Vera osservava tutto ciò che voleva conoscere. C’era quella festa, quella nenia lontana, che la chiamavano da chissà dove.

Per questo Vera decise di partire.

Così tornò al cortile, e con gesti rapidi e silenziosi come quelli di una piccola ladra, cominciò a raccogliere i panni e le lenzuola dalle corde tese.

Li ammucchiò in un cesto, poi prese delle corde dal capanno degli attrezzi e si nascose tra gli ulivi, dove nessuno avrebbe potuto vederla.

Passo tutta la notte a cucire le lenzuola insieme ai panni, a rattoppare, rammendare e sistemare per bene ogni straccio, e così costruì una magnifica mongolfiera.

Vi legò un grande cesto fatto di legno d’ulivo, che suo padre utilizzava per contenere la legna che serviva d’inverno al camino.

Adesso era pronta per partire.

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Accese la fiamma sotto al grande pallone e si strinse forte con le mani ai bordi del cesto, levò le zavorre e in un attimo si trovò al di sopra delle cime degli ulivi.

L’alba sul mare era appena cominciata, e Vera volava già così in alto che la masseria ora sembrava un sasso bianco su di un prato verde.

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