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George Floyd

L’assassinio di George Floyd ha risvegliato in tutto il mondo occidentale un sentimento atroce e doloroso. Quella rabbia che si prova davanti alle ingiustizie, davanti all’impotenza di un innocente che viene ucciso brutalmente, si è manifestata in mezzo mondo, percuotendo con forza le nostre coscienze.

Migliaia le manifestazioni ancora in atto, mobilitazioni che hanno come scopo quello di chiedere con un’unica voce che le ingiustizie e il razzismo cessino una volta per tutte.

Certo, negli States questo si traduce in richieste molto più concrete, come ad esempio quella di abbattere drasticamente la folle spesa militare destinata alle forze dell’ordine. Molti americani, specialmente coloro i quali appartengono alle classi sociali meno abbienti, come ad esempio gli afroamericani, dopo la morte di Floyd hanno iniziato a chiedersi se sia giusto investire cifre così elevate per controllare le città.

New York ad esempio, spende ogni anno 6 miliardi di dollari per le forze dell’ordine, contro i 2 miliardi investiti nella sanità.

courtesy of ansa.it

Negli Stati Uniti la narrazione sociale riguardo sicurezza e libertà individuali assume connotati molto diversi da quelli a cui siamo abituati in Europa. Secondo molti americani la detenzione di un’arma da fuoco e il controllo militare delle città sono elementi indispensabili per il mantenimento dell’equilibrio sociale.

Anche la questione razziale si declina in tutt’altro modo negli States rispetto che in Europa, perché le cicatrici lasciate dalla loro recente storia, fatta anche di schiavitù, razzismo ed emarginazione, sono ancora fresche. Ecco perché l’assassinio di Floyd ha avuto un impatto così devastante sull’equilibrio sociale americano.

 

Al netto di queste profonde differenze tra il vecchio e il nuovo continente verrebbe dunque da chiedersi come mai anche noi, da questa parte del mondo, stiamo protestando. Cosa c’entriamo noi con tutto questo?

La domanda è chiaramente provocatoria, ma permetteteci una riflessione. Nulla influenza la nostra visione del mondo più della cultura americana. Qualsiasi fenomeno culturale, sociale ed economico nato negli Stati Uniti, ha un’eco profonda, che attraversa l’oceano e arriva inevitabilmente alle nostre orecchie. La cultura americana gode da sempre di un respiro internazionale e permea la nostra quotidianità. Anche il dramma di Floyd, tra le altre cose, fa parte di quell’eco e di un contesto sociale molto diverso dal nostro, ma con il quale riusciamo comunque ad empatizzare per via della sua influenza sulle nostre vite.

Se quello stesso atroce omicidio fosse stato commesso in Algeria, in Libia oppure in Yemen avremmo reagito allo stesso modo?

Vogliamo essere chiari su questo: non intendiamo fare benaltrismo, la morte di Floyd è stato un momento realmente drammatico per tutti noi, e non vogliamo in alcun modo banalizzarla e strumentalizzarla affermando che “tanto le persone muoiono in tutto il mondo, perché ora ci importa tanto di lui?”. Quello che ci chiediamo è: perché non siamo in grado di empatizzare con la vita di tutti gli esseri umani?

Perché non siamo in grado di sentire lo stesso dolore che abbiamo provato per Floyd quando una donna viene violentata in un centro illegale di detenzione a poche centinaia di chilometri da casa nostra?

Oppure ancora, perché non protestiamo contro il caporalato, che ancora oggi in Italia sfrutta individui indifesi come schiavi proprio nelle nostre campagne?

Ogni vita spezzata meriterebbe la stessa attenzione. Ma noi abbiamo bisogno di simboli, abbiamo bisogno di momenti di catarsi collettiva. Il razzismo verso gli afroamericani è un fenomeno così consolidato nella storia da essere diventato un simbolo, un tema importante per tutti.

Non è così per i lager libici, e nemmeno per i braccianti invisibili schiavizzati dai caporali. Questi sono fenomeni che percepiamo come provinciali, riguardanti vite meno rilevanti.

Eppure non è così.

Ma oggi non è il momento di spostare l’attenzione su altro, oggi vogliamo soltanto dedicare la nostra umile riflessione ad un uomo ucciso dal pregiudizio e dal razzismo. Siamo qui perché ci sembra doveroso affermare che gli slogan, per quanto racchiudano in sé la forza dei simboli, sono miopi e insufficienti a descrivere la complessità della realtà. Pensiamo che gridare nelle piazze black lives matter unisca ma renda miopi. Pensiamo che la storia dell’America buona che ci racconta quanto brutti e cattivi siano in Corea del Nord, salvo poi militarizzare le proprie città e alimentare la cultura delle armi e della violenza, sia una favola a cui non crediamo. Pensiamo che strumentalizzare la morte di un uomo sia ingiusto e oltraggioso, e per questo la nostra riflessione vuole essere assolutamente umile, rispettosa e discreta.

Anche noi, come molti altri hanno fatto in questi giorni, abbiamo scritto proprio di Floyd e non di altro. Anche noi abbiamo empatizzato molto più con questa specifica situazione piuttosto che con una miriade di altre tragedie.

Anche noi siamo miopi.

Anche noi siamo colpevoli del nostro silenzio e della nostra meschina abitudine all’odio e alla violenza.

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