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Mad Christmas 2020: il racconto di Natale!

Non hai tempo di leggerlo? Ascoltalo!

 

Gli steli scintillanti della tecno-erba si sgretolavano sotto i suoi passi, liberando nell’aria priva di odori una miriade di schegge, e centinaia di minuscoli ingranaggi che li facevano ondeggiare al sole.

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L’uomo era in cerca di un angolo del mondo non ancora conquistato dalla TecnoVita, per questo stava tornando alla sua valle, il posto dov’era nato e dal quale si era allontanato molti anni prima per andare in cerca di fortuna. Ritrovarla intatta sarebbe stato il sollievo più grande.

Nel suo zaino c’era tutto ciò che gli serviva per sopravvivere e proseguire la sua fuga dalla TecnoVita.

Portava con sé soltanto l’indispensabile, tranne gli arnesi da pasticcere di suo padre, che teneva attaccati l’un l’altro con uno spago, lasciandoli penzolare accanto allo zaino come una campanella.

Sapeva che quelli non gli sarebbero serviti a nulla, ma erano l’unica cosa rimasta della sua vecchia vita, e finora gli avevano sempre portato fortuna.

Sciami di tecno-api ronzavano meccanicamente attorno ai suoi passi, atterrando rapide di quando in quando sulle piccole fiale di nettare al centro di tecno-fiori troppo scintillanti.

Quegli insetti meccanici erano del tutto simili alle api vere, quelle che aveva visto da bambino, solo che i loro corpi apparivano più taglienti e il loro volo meno armonioso, e non erano spaventati dai tonfi dei suoi passi.

Non sentivano la paura, per questo facevano paura.

Il villaggio era vicino, ma il bioma meccanico soffocava ancora i profili sinuosi delle colline: la TecnoVita era arrivata ovunque.

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Più in là in fondo alla valle, dove ancora il suo sguardo non poteva arrivare, nel villaggio si svolgevano i preparativi per il mercato di Natale.

I robot della TecnoVita avevano sottratto ogni cosa al mondo dei viventi, si erano appropriati delle loro abitudini, di ogni sfumatura dei loro comportamenti. Così perfino le usanze degli umani erano diventate dei robot, comprese le feste, compreso il Natale.

I preparativi si svolgevano in un silenzio surreale, rotto soltanto dal rumore delle articolazioni meccaniche dei robot, intenti ad allestire il mercato con metodo e senza fatica.

La natura era perfetta, così per sostituirla, la TecnoVita non aveva tralasciato alcun dettaglio: i robot avrebbero replicato in tutto e per tutto ogni forma vivente.

A guardarli da lontano dare vita al mercato, indaffarati com’erano nei preparativi, sarebbero potuti sembrare vivi.

Ma osservando con attenzione i loro movimenti e ascoltando il loro silenzio, nessun occhio umano li avrebbe mai creduti capaci di percepire la vita.

I robot vendevano ogni sorta di dolciume sintetico: capsule al gusto di cioccolato, fiale di intrugli dolciastri, tecno-frutta, il tutto nel silenzio assoluto, senza musica e senza il calore di una vera festa, privi di ogni entusiasmo per i gesti che dovevano replicare.

La TecnoVita aveva sostituito qualsiasi cosa, ma per evitare che i robot potessero provare anche la più remota delle emozioni, non aveva permesso loro di replicare l’arte degli umani.

Ecco perché i robot non ascoltavano musica e non preparavano dolci veri, ecco perché non leggevano libri e non dipingevano.

Vivevano nel vuoto silenzioso lasciato da tutte le esistenze che avevano rubato, senza passione, soltanto con lo scopo di moltiplicarsi e dominare la natura.

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D’un tratto un robot intento a trasportare un cesto di tecno-frutta si fermò nel bel mezzo di un sentiero. Voltò lentamente lo sguardo verso il fondo della valle, emettendo un cigolio sinistro, con la cesta ancora immobile tra le mani.

I suoi occhi tondi divennero due fessure sottili, accese d’un rosso spaventoso. Il robot lasciò cadere la cesta di tecno-frutta, che si frantumò al suolo liberando in aria centinaia di schegge e gocce di succo sintetico.

Chissà se i robot ne avrebbero sentito il profumo.

Fu allora che anche tutti gli altri tecno-uomini si fermarono, volgendo lo sguardo nella stessa direzione del primo.

 

C’era un uomo in fondo alla valle.

Giunto all’ultimo scollinamento prima del suo villaggio, Dante si fermò per riprendere fiato. Il cammino era stato lungo e faticoso.

Poggiò lo zaino e sedette su un masso al bordo del sentiero, mentre le tecno-api ancora gli ronzavano intorno.

Bevve, poi estrasse da una tasca un vecchio binocolo e guardò in direzione del villaggio in fondo alla valle.

Attraverso le lenti opache gli apparve una visione terrificante: gli occhi rossi e attenti di decine di tecno-uomini, le macchine più spaventose che la TecnoVita avesse concepito, erano rivolti verso di lui.

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Si passò una mano tremante sulla fronte: era umida e fredda di paura.

I tecno-uomini lo osservavano con attenzione febbrile, senza mai distogliere lo sguardo dalla loro prossima preda, senza mai dover battere ciglio.

Era appena arrivato, eppure era già il momento di fuggire.

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