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Mad Christmas 2020: il racconto di Natale.

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Sul prato correva la brezza del pomeriggio e gli arbusti di mugo la seguivano dondolando, crepitando come piccoli falò.

L’aria era tersa e profumata di montagna. Dante la inspirava a pieni polmoni, lasciandosi pervadere dal freddo.

Di nuovo guardò in basso verso le sue caviglie: l’erba era viva, era vera, come lo era la sua gioia nel sentirla sotto gli stivali.

Il robot sembrava ignorarlo completamente, tutto preso com’era a riparare un piccolo abbeveratoio per gli alpaca appena fuori dalla caverna.

“Chi sei?”, chiese Dante facendo vibrare le corde vocali dopo molto tempo

“Stai chiedendo il mio numero di serie, oppure preferisci chiamarmi Pier?”, rispose il robot con una voce per nulla artificiale

“Pier andrà benissimo” decise Dante, apprezzando la gentilezza del robot.

 

Pier appoggiò gli attrezzi su un ceppo di quercia, si strofinò le mani per liberarle dalla polvere, poi con passo deciso si avvicinò a Dante tendendogli la mano.

Dante esitò un istante scrutando il robot, come per cercare nei suoi occhi un segno della sua sincerità.

Ma Pier era soltanto una macchina e quello sguardo non avrebbe svelato le profondità della sua coscienza.

Eppure c’era qualcosa, una traccia d’umanità che Dante non aveva mai visto prima in un robot, che gli suggeriva che Pier non l’avrebbe ferito, così anche lui allungò la mano.

Un gesto cordiale univa la fredda mano di una creatura meccanica a quella calda d’un uomo.

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“Ti preparo qualcosa di caldo” disse Pier invitandolo ad entrare nella grotta.

Così, mentre gli alpaca si avvicinavano all’abbeveratoio appena riparato da Pier, Dante lo seguì verso la caverna.

Quel robot viveva in un posto accogliente, arredato con pochi e semplici oggetti.

Un tavolo sghembo, una poltrona modesta accanto ad un camino ricavato nella roccia, una credenza ed una stufa su cui una pentola di latta fumava in silenzio.

Pochi altri oggetti: un tappeto, alcuni rami di quercia intagliati ed appesi alle pareti, ed un letto posto in un angolo, sotto una lampada e una mensola.

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“Da un po’ di tempo ho ricominciato a sentire il sonno, la fame, e anche la sete”, disse Pier come per confidarsi, poi continuò:

“Tutti i robot dormono, mangiano e bevono, ma lo fanno soltanto per emulare l’uomo, senza sentirne davvero l’esigenza. Per me invece è diverso”.

Dante rimase in silenzio per permettere a Pier di continuare il suo racconto.

“Quando ho iniziato di nuovo a sentire nelle viscere metalliche i bisogni della vita, ho deciso di venire a vivere quassù, in solitudine, lontano dagli altri robot”

“Loro non avrebbero capito, vero?” chiese Dante

“Proprio così” disse Pier.

 

Pier preparò un tè caldo per il suo ospite, glielo porse cortesemente e il suo sguardo cadde sugli arnesi da pasticcere che Dante teneva attaccati allo zaino.

“Quelli a che servono?” chiese il robot sommessamente, timoroso di apparire indiscreto

“Sono gli attrezzi da pasticcere di mio padre” disse Dante soffiando sulla tazza di tè

“Tuo padre era un pasticcere?” continuò Pier

“Proprio così, era il pasticcere del nostro villaggio. Lavoravamo insieme nella bottega prima che la TecnoVita ci invadesse”

“Perciò anche tu sei un pasticcere?” chiese Pier mosso dalla curiosità

“Non lo sono più da molto tempo ormai” rispose Dante, e pronunciando quelle parole i suoi occhi si intristirono.

“Certe cose non si dimenticano, non si dimentica il proprio lavoro” esclamò Pier.

 

Anche se Pier avesse avuto ragione, a cosa sarebbero serviti i suoi dolci?

Chi li avrebbe mangiati?

Per quanto ne sapeva, a parte quel prato in mezzo alle montagne, il mondo era invaso dalla TecnoVita e nessuno avrebbe più apprezzato il suo lavoro.

D’improvviso Pier aprì i cassetti della credenza, come per sottrarre a Dante il tempo per quegli interrogativi.

Il robot rovesciò sul tavolo una moltitudine di ciotole, latte e mestoli. Poi ancora: farina, uova, lievito, zucchero e molto altro.

“Mostrami cosa sai fare!” esclamò con gli occhi pieni di curiosità.

Dante appoggiò la tazza di tè ai suoi piedi e guardò Pier negli occhi: quel robot gli stava chiedendo di preparare un dolce in una caverna solitaria, poggiata sul picco d’una montagna.

Non sarebbe stato come in bottega, ma il pomeriggio era ancora lungo, e piuttosto che aspettare la sera infreddolendosi in quella grotta, Dante preferì dare ascolto a Pier.

Così liberò dallo spago i suoi arnesi, che dopo tanti anni scintillavano ancora.

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La sera illuminò le montagne col chiarore della luna e delle stelle.

Dante e Pier avevano ancora molto da fare.

Si affaccendarono fino a notte fonda, mentre gli alpaca dormivano sul prato appena fuori dalla caverna.

Con l’arrivo delle prime luci del mattino anche i due si addormentarono per qualche ora, stremati dal lungo lavoro.

Si svegliarono nel primo pomeriggio, mangiarono pane con la marmellata di ginepro preparata da Pier per l’inverno, poi si rimisero al lavoro.

“Occorre molto tempo per preparare un buon panettone” disse Dante vedendo Pier accusare la stanchezza.

L’impasto gonfio era pronto per essere cucinato, ma il suo colore era diverso da come Dante lo ricordava.

Si guardò le mani: erano rosa, ma non del colore della pelle.

Erano ancora più rosa, come colorate da un pastello.

Erano rosa come il mantello degli alpaca.

Dante e Pier misero il panettone nel forno sotto la stufa, Pier sembrava un bambino e attendeva irrequieto di poterlo assaggiare.

Così appena fu pronto, Dante affondò un lungo coltello nell’impasto, porgendo a Pier la prima fetta.

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Il robot la morse lentamente, tenendo gli occhi chiusi.

L’aria era dolce e aveva il profumo del Natale.

D’improvviso le mani di Pier cominciarono a tingersi di rosa, poi le braccia e le gambe, poi ancora il busto e infine il suo volto.

Come per magia, Pier era tornato ad essere un uomo.

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