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Mad Christmas 2020: il racconto di Natale!

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Dante ricompose lo zaino con gesti metodici, non poteva permettersi di gettare via nemmeno un istante. Prima di fuggire guardò di nuovo attraverso le lenti buie del binocolo: i tecno-uomini stavano risalendo la vallata ad una velocità disumana, correndo senza affanni proprio verso di lui.

Viste dall’alto dei pendii quelle macchine sarebbero sembrate una mandria in transumanza di bestie composte e mansuete, non fosse stato per la loro incredibile velocità.

L’adrenalina gli rinvigorì le membra, scaldò i muscoli e preparò la mente, così Dante cominciò a correre.

Il sentiero scorreva rapido sotto i suoi passi mentre lo zaino gli ricadeva pesantemente sulla schiena spezzando il ritmo della corsa. Gli arnesi da pasticcere di suo padre tintinnavano come scossi da una bufera, e ascoltando quel tintinnio frenetico Dante poteva sentire il caos della fuga risuonargli dentro.

La tecno-erba si sgretolava sotto i suoi stivali, gli insetti meccanici intralciavano il suo cammino, e perfino le radici robotiche degli alberi parevano protendersi per catturarlo.

Si voltò rapidamente per sondare la sua distanza dai tecno-uomini: essi avevano già percorso tutta la valle, ed ora si inerpicavano lungo il sentiero.

Per quanto tentasse disperatamente di correre più veloce di loro, sapeva che non sarebbe riuscito a seminarli, così decise per una strada alternativa.

D’improvviso lasciò il sentiero e si intrufolò nell’ombra di un fitto bosco di pini.

Rallentò per riprendere fiato, attento a non inciampare sulle radici meccaniche.

Dalla corteccia lucida dei pini trasudava resina sintetica, e Dante ne avvertì la viscosità appoggiandosi con la mano per rimanere in equilibrio sul terreno difficile.

I tecno-alberi avevano preso il posto del vecchio bosco, lo stesso che Dante aveva esplorato innumerevoli volte da bambino, nascondendosi da creature invisibili.

Quell’intrico di radici e ombre sui pendii gli era familiare, ne riconosceva ogni angolo, forse avrebbe guadagnato tempo. Da bambino non avrebbe mai creduto che le sue corse per gioco nel bosco gli sarebbero servite un giorno per fuggire da decine di macchine spietate, eppure è così che funziona per gli esseri umani: da cuccioli si impara col gioco a diventare grandi.

Il bosco divenne più fitto ed ombroso, e nonostante non riuscisse a scorgere i tecno-uomini, Dante poteva sentire il fruscio dei loro passi avvicinarsi.

D’un tratto cominciò ad intravedere i loro occhi rosseggiare tra la boscaglia: anche se faticavano ad avanzare sul terreno irregolare, erano comunque più rapidi di lui, ed ora gli erano inesorabilmente vicini.

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Il bosco finì così d’improvviso che Dante quasi se ne sorprese, poi si ritrovò affacciato ad un burrone tanto profondo da scomparire nella foschia.

I primi tecno-uomini cominciarono ad uscire dal bosco, rallentando il passo, consapevoli che la loro preda non avrebbe più avuto scampo.

Per un istante Dante pensò che quell’atteggiamento dei robot, il loro rallentare il passo, fosse incredibilmente umano: gli uomini rallentano dopo aver messo la loro preda in un angolo, le macchine invece dovrebbero raggiungerla con la stessa fredda determinazione con la quale l’hanno inseguita.

Eppure, una volta fuori dal bosco, i tecno-uomini rallentavano, come per gustarsi la sua paura.

Dante si voltò di nuovo verso il burrone, guardò giù verso la foschia e sentì un brivido caldo di vertigine risalirgli le gambe.

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Poi d’improvviso, proprio quand’era pronto a dirsi spacciato, scorse un bizzarro stormo di bestie rosa volteggiare tra le nuvole basse.

Volavano in formazione, eppure erano grandi e goffe. Non erano creature del cielo, e non erano nemmeno macchine della TecnoVita.

Il loro manto era rosa e da lontano appariva soffice.

Quando gli furono più vicine Dante non ebbe più alcun dubbio: erano degli alpaca, degli alpaca rosa.

Incrociò lo sguardo dell’alpaca che guidava la formazione e vide nei suoi occhi il lucido scintillio della vita.

I tecno-uomini si allungarono per catturarlo, ma ormai era troppo tardi: Dante si era tuffato nel burrone, ed ora risaliva vertiginosamente sulla groppa di un alpaca rosa.

Quegli animali bizzarri lo condussero in un luogo remoto, e quel volo fu così lungo da non poter essere interamente ricordato.

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Dopo il tuffo Dante si era aggrappato al mantello dell’alpaca che lo aveva appena sottratto al precipizio, e aveva volato con lui oltre i picchi innevati e cristallini delle montagne, superando vallate profonde e torrenti a lui sconosciuti.

Il paesaggio tutt’attorno si tingeva gradualmente di colori reali, mentre gli alpaca, col loro volo silenzioso, portavano in salvo Dante in un luogo ancora sconosciuto alla TecnoVita.

Così atterrarono sull’erba soffice, e Dante potè di nuovo sentire la rugiada fresca sulle caviglie, proprio come quando era bambino.

In fondo al prato, incastonato tra lingue di ghiaccio e arbusti di mugo, si intravedeva l’antro di una caverna.

Lentamente, dalle sue viscere silenziose fece capolino un robot.

Dapprima Dante pensò di fuggire ancora, ma osservando gli alpaca che l’avevano appena salvato brucare senza alcuna preoccupazione, capì di essere al sicuro.

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Il suo sguardo incrociò quello del robot.

Nei suoi occhi Dante riconobbe il lucido scintillio della vita, e il calore quasi dimenticato di un’anima gentile.

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