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Storie di fantasmi 2.0: prendiamole per ciò che sono.

Potremmo scrivere un articolo sensazionalistico, dal titolo clickbate, enfatizzando l’aura “misteriosa” che avvolge certe presenze del web. Potremmo utilizzare il tono e la narrazione adatti alle “tetre” vicende delle quali vi stiamo per parlare.

Potremmo, ma non lo faremo.

Vi abbiamo spesso parlato di quanto sia importante per noi il concetto di responsabilità della comunicazione online. Diffondere notizie nel modo sbagliato, o ancor peggio false, è il principio di molti equivoci e della percezione alterata della realtà.

Fatta questa premessa, veniamo al tema di oggi. Avete mai sentito parlare di Jonathan Galindo?

Vi occorrerà davvero poca fatica per trovarlo tra le tendenze in rete, dato che in questi giorni se ne sta parlando molto. Jonathan Galindo è un personaggio “misterioso” del web, un uomo con una maschera inquietante (è davvero inquietante, perché rispetta i canoni orrorifici che in questa epoca ci fanno paura), raffigurante il famoso cane Pluto, questa volta però nella versione deforme.

Guardando le immagini del signor Galindo è facile percepire un senso di inquietudine e di sottile terrore, la maschera infatti è fatta davvero molto bene. Non a caso a creare la maschera è stato Samuel Catnipnik, un esperto di make-up e trucco cinematografico.

L’ha ideata per diletto nel 2012 – ecco la sua storia – e a distanza di otto anni qualcuno l’ha rispolverata per far girare in rete l’ennesima storia inquietante.

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Esatto, questa è soltanto l’ennesima storia “inquietante” dal nostro fantastico mondo dell’internet. Vi ricordate la Blue Whale Challenge? Oppure la Momo Challenge dell’anno scorso?

Abbiamo cercato di capire cosa accomuni tutti questi fenomeni.

Fondamentalmente tre elementi: sono sicuramente creepy, ma si esauriscono in fretta e generalmente vengono sovrastimati. Queste tendenze horror che ciclicamente tornano, diventano immediatamente virali per via del loro fascino tetro. Vengono percepiti come giochi malvagi e perversi, che affascinano e fanno discutere la rete.

Sono le storie dei fantasmi 2.0: invece di stare seduti in cerchio in una stanza durante un pigiama party, pendendo dalle labbra dell’amico che si punta la torcia sotto il mento per farci paura, stiamo davanti allo schermo e ci inquietiamo per delle maschere decisamente ben disegnate.

Non vogliamo sminuire il fenomeno, e nemmeno essere superficiali.

La Blue Whale Challenge ad esempio, pare che per qualche giovane ragazzo sia stata davvero una pessima idea. Qualcuno si è anche fatto male sul serio.

Siamo certi infatti che per i più vulnerabili questi stimoli siano negativi, e che in molti non riescano ad individuare il confine tra finzione e realtà, come spesso accade in rete.

Qualcuno insomma finisce per credere a quelle storie, e magari ad immedesimarsi un po’ troppo.

Questo però succedeva anche prima di internet.

Certo in rete c’è un rischio in più: quello di consegnare i propri dati nelle mani sbagliate.

Sicuramente queste challenge possono rappresentare un’opportunità per persone con intenzioni non esattamente benevole.

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Rimane la buona regola del non accettare caramelle dagli sconosciuti insomma, nella sua versione 2.0. Ma questa regola vale sempre nella vita online, a prescindere che si parli di una maschera deforme o di uno store di prodotti tech che propone prezzi troppo bassi per essere veri.

La vita in rete è insidiosa sotto molti punti di vista – come d’altronde lo è anche quella reale – ed è compito nostro educare ed educarci per evitare quelle insidie.

Jonathan Galindo, Momo, Slender Man e compagnia cantante sono delle insidie del web? Beh, dipende.

Per la maggior parte delle persone no, sono soltanto delle maschere inquietanti (Momo a dire il vero era una statua, ora distrutta, dell’artista giapponese Keisuke Aisawa).

Per i più vulnerabili possono esserlo però, perché, come dicavamo prima, qualcuno alle storie dei fantasmi finisce per crederci.

I genitori preoccupati per queste vicende misteriose dell’internet, che temono per l’incolumità dei propri figli, dovrebbero anche considerare che sono proprio loro a sapersi destreggiare nella rete meglio di chiunque altro.

Insomma, l’idea del ragazzino indifeso che subisce il fascino di oscure presenze del web regge poco.

Certo, c’è anche questo, ma nella maggior parte dei casi parliamo di persone consapevoli, che usano internet quotidianamente. I ragazzi conoscono la rete meglio di noi.

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Insomma, non vogliamo smontare il fascino delle storie dell’orrore del web, perché sarebbe come entrare nella stanza con il ragazzino con la torcia sotto il mento e avvisare tutti i presenti che ciò che sta raccontando è soltanto il frutto della sua fantasia.

Queste storie ci saranno sempre, e saranno sempre inquietanti e allo stesso tempo curiose.

Sta a noi educare i nostri figli affinché possano viverle con serenità, senza esserne turbati, e magari facendosi anche una risata.

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