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Summermad: il racconto dell'estate di Supermad. Capitolo 1.

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Piana Cortile era una cittadella di pianura, con palazzi i cui profili spigolosi sfumavano rapidamente dalle vie del centro, divenendo presto case basse prossime alla campagna.
In effetti, laddove cominciava la periferia, iniziavano a disperdersi i segni della modernità, e si potevano ancora percorrere strade sterrate lungo gli argini dei fossati, che si diramavano in lunghi rettilinei nella campagna.
La pianura tutt’attorno era una culla aperta, un ovile senza steccato, un cosmo orizzontale chiuso ma sconfinato.
Da sempre la sua essenza remota e inafferrabile – luce flebile che s’adagia sull’orizzonte ogni sera – permeava le storie e le vite del paese.
Non ci sono né montagne né fiumi impetuosi a tener la gente di pianura al sicuro e per questo, come in ogni angolo del mondo, nascono leggende che tutti imparano a sentire proprie.
A Piana Cortile – per raccontarne una – si diceva di un Cane Bianco: una creatura spaventosa, che definire cane era riduttivo. La belva si aggirava di notte tra i campi, pronto a sbranare ogni bambino che si fosse avventurato in campagna dopo il tramonto.
Molte leggende di paese nascono per dissuadere i mocciosi dall’allontanarsi troppo da casa, e anche il Cane Bianco di Piana Cortile non era altro che un’invenzione degli adulti, che i più giovani alimentavano con innocente credulità, ma che allo stesso tempo tradiva l’ombra di un’inquietudine rimasta irrisolta anche nell’anima dei più anziani.
Piana Cortile era un luogo di pianura, che di anno in anno si spogliava e si rivestiva di granturco, in un ciclo che pareva non conoscere tempo.

paesino, contesto

A differenza di quel che si sarebbe detto osservandola da lontano però, il tempo in città era tutt’altro che fermo.
A dirla tutta, del granturco se ne occupavano sempre meno persone, e affari di altro tipo erano divenuti ormai più usuali e remunerativi.
Il centro della città aveva visto sorgere sontuosi palazzi e larghe strade per accogliere carovane di mercanti e uomini d’affare.
Gualtiero il matto, scalzo e ciondolante, lo andava gridando ormai da tempo per le strade della città:

Tutto questo parlare di denaro vi sta dando alla testa!”, poi, continuava roteando su se stesso come in preda ad una febbre rituale: “La nebbia ci inghiottirà, la nebbia ci inghiottirà!”.

Questo andava dicendo Gualtiero il matto girovagando per le strade, ma chi avrebbe dato ascolto ad un vecchio pazzo vestito di stracci?

gualtiero, personaggio

Eppure in città crescevano i malumori, e le divergenze tra la sua periferia contadina ed il suo cuore moderno andavano inasprendosi.
Piana Cortile era irrequieta, una città divisa in due, un paese che faticava a riconoscere la propria identità. Da comunità intima e raccolta nella solitudine della pianura, diventava un luogo sempre più frenetico, e per molti, non era facile abituarsi a questa idea.
Altri invece non appartenevano più al mondo agricolo, e faticavano a dialogare con i più anziani del paese, che mal sopportavano i loro nuovi costumi.
Piana Cortile si stava ammalando, gli uomini e le donne della città soffrivano di un male sconosciuto: la rivalità, l’invidia e l’indifferenza li stavano avvelenando.

Una mattina di novembre la città si risvegliò completamente avvolta dalla nebbia: una nebbia così densa da cancellare completamente le fronde dei pioppi, i tetti dei palazzi ed i suoni della campagna. Tutto era silenzio, tutto era quiete imposta.

Non era insolito che sulla pianura scendessero nebbie così fitte; ciò che fu insolito però, fu che la nebbia avvolse la città per molti e molti mesi a venire.

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