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Iperconnessi: Jean Marie Twenge ci racconta la Generazione Smartphone.

Le riflessioni che troverete in questo articolo nascono dalla lettura di un libro di Jean Marie Twenge, una psicologa americana che da anni studia le differenze tra le generazioni.

Il libro si intitola Iperconnessie nelle sue pagine vengono puntualmente descritte le abitudini comportamentali e sociali che caratterizzano gli iGen, ovvero i ragazzi e le ragazze nati dal 1995 in poi.

Gli iGen, o Generazione Z se preferite -anche se loro non apprezzano essere identificati con l’ultima lettera dell’alfabeto-, sono molto diversi dai loro predecessori, iMillennials, e di fatto rappresentano una materia davvero ostica per la maggior parte degli adulti, che faticano a comprenderne il comportamento.

Come possono i Millenials e gli iGen essere così distanti nonostante le loro generazioni siano contigue?

Semplice: l’infanzia e l’adolescenza degli iGen è stata segnata da un evento che ha letteralmente cambiato la nostra storia, ovvero l’arrivo degli smartphone e l’ascesa di Facebook e di tutti i social network al seguito.

Sono questi infatti gli elementi principali che hanno determinato, e che ancora determinano, le profonde differenze tra gli iGen e le generazioni precedenti.

La Twenge sottolinea infatti come mai prima d’ora i comportamenti personali e sociali degli adolescenti siano stati così distanti da quelli delle generazioni precedenti, prendendo in analisi moltissimi aspetti della personalità degli iGen, e paragonandoli a quelli dei Millennials, della Generazione X e dei Baby Boomers.

Per ovvie ragioni di spazio non possiamo ripercorre insieme tutte le tappe affrontate da J. M. Twenge, che nel suo libro sviluppa un discorso articolato sul tema, fornendo al lettore molti strumenti utili per comprendere gli iGen, e quindi per comunicare meglio con loro.

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Possiamo però condividere con voi lo scenario che il testo presenta.

L’autrice descrive una generazione che cresce più lentamente, più isolata, depressa, inconsapevolmente tollerante e meno ribelle di ogni altra, ma anche più individualista, più prudente ed insicura.

Insomma, nonostante la Twenge sottolinei anche alcuni traguardi positivi raggiunti dagli iGen, come ad esempio essere la generazione meno violenta e più inclusiva di sempre, il quadro che emerge dalla lettura di Iperconnessi non è dei più rassicuranti.

Per dovere di cronaca è importante ricordare che il testo si basa su analisi condotte negli Stati Uniti, e che quindi i giovani europei, o più specificatamente italiani, potrebbero essere caratterizzati da un profilo leggermente diverso, che probabilmente però, come fa notare l’autrice stessa, non si distanzierà così tanto da quello dei coetanei statunitensi.

Iperconnessi è un testo fondamentale per comprendere gli effetti di smartphone e social network sui giovani -e non solo-, per afferrare un presente che sta mutando in maniera repentina e per favorire un contatto costruttivo tra gli individui di diverse generazioni.

Provate ad immaginare quanti e quali vantaggi potremmo avere a livello sociale se, ad esempio nella scuola, gli adulti fossero più consapevoli di come vedono il mondo i ragazzi e le ragazze a cui stanno parlando.

L’analisi di J.M. Twenge ci ha permesso di considerare attentamente la possibilità di andare “verso di loro”. Troppo spesso infatti gli adulti sono convinti di “avere già dato” e di non dover più fare sforzi per comprendere gli altri, tantomeno se si tratta di giovani viziati ed immaturi -stando al sentire comune-.

Non dobbiamo però dimenticare che siamo proprio noi, gli adulti, ad avere la responsabilità del nostro presente. Non possiamo limitarci a credere, soltanto perché fatichiamo a dialogare con i giovani, che siano soltanto dei pigri incapaci.

Dobbiamo fare un passo verso di loro, imparare a conoscere il loro linguaggio e le loro abitudini, e magari provare a trasmettere elementi importanti dell’ormai remota cultura analogica, come ad esempio l’importanza della lettura e della comunità -che si frequenta fisicamente e non virtualmente-.

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Gli iGen sono la generazione col più alto tasso di suicidi giovanili che si sia mai registrato e con la maggiore propensione a forme di depressione e di isolamento sociale di sempre.

Sarebbe folle ignorare questi segnali, sarebbe pericoloso ed ingiusto per tutti.

Per concludere: noi ci occupiamo di comunicazione, e avere a che fare con persone di ogni età fa parte del nostro lavoro. Per questo teniamo sempre in considerazione la responsabilità che abbiamo nei confronti degli altri.

Proprio come un insegnante, un medico o un genitore, noi abbiamo la responsabilità di ciò che accade nel mondo dei più giovani, perché ad influenzare le loro vite molto spesso, sono le nostre decisioni.

 

PS: abbiamo parlato di questo scenario anche la scorsa settimana, esaminando il docu-film The Social Dilemma. Se vi interessa approfondire, cliccate QUI!

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