Torna al blog

Discutiamo insieme del film di Adam McKay prodotto da Netflix.

Oggi vogliamo discutere insieme a voi di Don’t look up, il film diretto da Adam McKay e prodotto da Netflix che in questi giorni sta facendo parlare moltissimo di sé. Prima di cominciare però dobbiamo fare una doverosa premessa: non siamo né critici cinematografici né giornalisti di settore. Tutto ciò che leggerete in questo articolo è frutto delle nostre riflessioni; lo facciamo per divertirci e per stimolare il dibattito. L’articolo conterrà alcuni spoiler, perciò vi consigliamo di guardare il film prima di continuare a leggere!

Ok, cominciamo!

Don’t look up è un film assolutamente esplicito nei suoi obiettivi: accendere la discussione sull’emergenza climatica, muovere una forte critica alle negligenze del potere e infine fare cassa (ma su questo torneremo più tardi). È riuscito nelle sue intenzioni?
Non possiamo ignorare che la risposta a questa domanda risieda in una domanda ancor più fondamentale: Don’t look up è un buon film?

locandina film don't look up

Per il nostro gusto Don’t look up non brilla né in regia, né in scenografia né in fotografia e, cosa ancora più problematica, non brilla nei dialoghi e nella caratterizzazione dei personaggi.
Gli stereotipi sono ingombranti e prevedibili: lo scienziato imbranato ma affascinante, la giovane scienziata ribelle che va contro il mondo intero, lo skaterboy dal cuore puro che si innamora di lei, la conduttrice televisiva gatta morta e il presidente degli Stati Uniti corrotto ed incapace; il tutto cucito grossolanamente con dialoghi che provano a stento a sfoggiare un sarcasmo tagliente, sfociando più che altro in un’ironia da facile commediola.

Un piccolo appunto anche sul ritmo del film. 

Don’t look up dura 138 minuti. Gli eventi del film sono rarefatti e spalmati su una durata eccessiva – quasi due ore e venti – e durante la visione si ha la cosante sensazione che il film fatichi a decollare in termini di ritmo. Tutto cambia sul finale ovviamente, quando la cometa sta per impattare la terra e la carrellata di immagini – che già potevamo preventivare all’inizio del film – scorre sotto i nostri occhi: persone da ogni parte del mondo con lo sguardo alzato verso il cielo che aspettano la fine. C’è chi fa l’amore e chi mangia insieme alla propria famiglia, ma tutti aspettano la fine del mondo con un gesto rituale. Esatto: nemmeno l’originalità è il punto di forza di Don’t look up.

poster film don't look up

Concedeteci una piccola digressione su un elemento della trama che ci serve come spunto per esprimere le nostre perplessità. Il dottor Randall Mindy – Di Caprio – tradisce sua moglie – Melanie Lynskey – con la giornalista gatta morta (Cate Blanchett). June, la moglie del dottor Mindy, scopre il tradimento del marito e lo lascia (questo accade più o meno verso la metà del film).
Durante il finale il dottor Mindy torna a casa per cenare l’ultima volta insieme alla sua famiglia. I due non si vedono dal momento della rottura, ma June mostra tutta la sua remissione e perdona istantaneamente il marito. La moglie perdona il marito eroe e affascinante che sì, l’ha tradita, ma in un momento di confusione e sconforto. In un film che dovrebbe fare della satira il suo punto forte, mostrare una donna che si affida al marito fedifrago per la salvezza del mondo, perdonandogli un tradimento così volgare, è un segnale di grande confusione riguardo al messaggio che si intende mandare. La satira dovrebbe mettere in discussione la morale, il potere, e invece qui conferma lo stereotipo della grande donna dietro al grande uomo.  

In questo video, Leonardo Di Caprio spiega i profondi e importanti intenti di questo film, dategli un’occhiata.

Ma la domanda è, Don’t look up è riuscito nelle sue intenzioni?

Don’t look up è riuscito ad avere successo, quindi a fare cassa. Cosa ne è dunque dei suoi contenuti, rappresentano davvero una critica feroce al potere? Un film costato 75 milioni di dollari, con super vip di Hollywood che si mettono in mostra come paladini della battaglia al cambiamento climatico, provando a coinvolgere goffamente le nuove generazioni – sulle quali la cometa si abbatterà per davvero – è la risposta di un’arte pigra e spendacciona, che non riesce a raggiungere i suoi obiettivi e si affanna inutilmente sulla morale.

Don’t look up è il potere.

Questa è l’arte che oggi dovremmo mettere in discussione e sovvertire: quella che passa dai canali mainstream, che omologano il pensiero con prodotti tutti uguali in ogni angolo del mondo, proprio come questo film. La vera satira consiste nel prendersi gioco dei miti, sminuire la loro sacralità, demolire l’Olimpo abitato dagli attori di Hollywood e rifiutare le loro proposte, in quanto essi stessi rappresentano una parte del potere.

Se Don’t look up fosse stata soltanto una commedia leggera, un prodotto d’intrattenimento da divano e Netflix, tutte queste riflessioni sarebbero state eccessive. Ma Don’t look up promette di mirare più in alto, provando a veicolare il disagio delle nuove generazioni e il loro disincanto verso la politica, un obiettivo che ha decisamente mancato.

La cosa positiva è che tra poco ce ne saremo dimenticati, come spesso accade con i prodotti di consumo che ci propone Netflix, che ancora troppo spesso ci ostiniamo a chiamare cinema.

Torna al blog