L'airone bianco.

Testi: davide.pellegrino | Illustrazioni: martina.acetti

In quel pomeriggio di fine agosto il nitido azzurro del cielo andava dissolvendosi nel remoto chiarore della luna. I cespugli di elicriso profumavano l’aria e dalla vicina campagna giungeva il canto dell’assiolo, che si era risvegliato ai primissimi accenni del crepuscolo. Il sole aveva cominciato la sua discesa verso ovest, ma era ancora alto nel cielo e riscaldava le membra di Marco, asciugandole e fortificandole; mentre la luna stava, come un elegante bottone d’avorio cucito a un drappo di cielo turchese, ancora nascosta dall’iridescenza della stessa stella che le donava la luce.

Il castello di sabbia gettava una lunga ombra in direzione del mare, e le onde arrivavano lente a lambirla, modificandone il profilo. Thea era vicina all’uscita, ma Marco riusciva appena a distinguere la sagoma del suo corpo perché il sole, basso com’era verso occidente, gli arrivava dritto negli occhi. Avrebbe voluto avvicinarsi al castello ed afferrarla per riportarla nel suo mondo, ma osservando bene vide che Thea era girata di spalle, e guardava verso l’interno del castello. Perché ci stava mettendo così tanto ad uscire da lì?

Dentro la fortezza, ora che il portone era stato aperto, l’aria era più leggera, e quell’umidità penetrante svaniva come asciugata dal tepore che proveniva dall’esterno. Il Piangisabbia era rimasto al centro della torre a guardare Thea allontanarsi verso quell’arco di luce, ma lei non se n’era accorta, certa com’era che la stesse seguendo verso l’uscita.

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D’un tratto capì, e sentì materializzarsi alle sue spalle un’assenza che sembrava trattenerla. Era vicina al grande portone ormai, ma prima di uscire si voltò d’improvviso per chiamare a sé la creatura con cui aveva compiuto quell’incredibile viaggio. Avrebbe voluto viaggiare insieme a lui anche fuori dal castello, ma il Piangisabbia non si muoveva dal centro della stanza, e continuava a guardarla con un sorriso che pareva già un saluto. Lentamente i grandi piedi della creatura iniziarono a sgretolarsi, perdendo la loro forma, poi anche la sabbia densa delle sue esili gambe iniziò a cedere. Thea guardava il Piangisabbia diventare sempre più basso, sprofondando in un mucchio di sabbia che via via si ingrandiva sotto di lui. Dopo pochi istanti i loro sguardi poterono incontrarsi alla stessa altezza, ancora qualche attimo e Thea sarebbe diventata più alta del mostro. Thea poteva sentire, mentre il Piangisabbia perdeva la sua forma, una grande forza penetrarle la coscienza e le membra. I languidi occhi blu della creatura, quelle due gemme incastonate nel suo viso, ormai stavano colando insieme alla sabbia lungo i profili liquidi delle sue guance, e si appoggiavano infine sul grande mucchio di sabbia, che ora era tutto ciò che rimaneva della sua esistenza. Poi come due gocce d’acqua si dissolsero sulla sabbia e smisero per sempre di sondare l’anima di Thea. Col dorso della mano Thea si asciugò il viso dalle lacrime e, fiera di quella forza che il Piangisabbia le aveva donato, osservò i disegni dorati sulle pareti che non smettevano di brillare, poi si voltò verso il grande portone.

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Un airone bianco danzava alto nel cielo, diffondendo un canto irrequieto. Marco alzò il viso un istante per seguire quel volo, e quando tornò con lo sguardo sul castello, vide Thea che stava lì in piedi, come fosse stata lei ad aspettarlo per tutto quel tempo.

I due si strinsero in un abbraccio che li scaldò più di quanto potessero fare i raggi dell’ultimo sole, poi Marco chiese soltanto: “Dov’è quel mostro?”.

“Adesso è dentro di me”, disse Thea con un sorriso orgoglioso.

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Camminarono insieme fino ai bordi della spiaggia. Il sole stava tramontando sulla campagna e il canto dell’assiolo riecheggiava nel rossore diffuso da quel disco luminoso. I grilli, con un frenetico chiacchiericcio, si preparavano alla sera. I due scrutarono l’orizzonte frastagliato dagli alberi di fico e dai bassi cespugli d’elicriso: era una ricca savana mediterranea, carica di profumi e di voci rassicuranti. L’airone bianco, con un morbido volo, planò sulla campagna davanti a loro e Thea non riuscì a trattenere le lacrime, assorta com’era nel pensiero di quel viaggio appena concluso. Quando l’airone si posò ad aspettare il crepuscolo ai piedi di un grande ulivo dai rami contorti, Marco si voltò per guardarla. I suoi occhi brillavano d’una luce nuova, e mentre il vento le soffiava sul viso la fragranza degli ultimi giorni d’estate, alcune lacrime di miele dorato arrivarono piano a salarle il sorriso.

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