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La Principessa salva il cavaliere

Testi: davide.pellegrino | Illustrazioni: martina.acetti

La spiaggia era affollatissima e Marco temeva che qualcuno, per diletto o soltanto per distrazione, potesse distruggere il castello, portandosi via Thea. Quella fortezza era uno scrigno troppo fragile per un tesoro così prezioso. Passeggiava nervosamente su e giù intorno alle mura per sorvegliarle, come un piantone alle prime armi che non sa ancora gestire la propria agitazione per un incarico così importante. Lui e Thea avevano l’età in cui l’amore inizia a diventare il gioco più interessante, e le corse sulla spiaggia assolata, che prima non avevano altro scopo se non quello di ridere e divertirsi, ora avevano un gusto nuovo, ancora sconosciuto ed irresistibile. Aveva letto tante fiabe nelle quali un valoroso cavaliere salvava la sua principessa, sottraendola alla solitudine di una remota torre, sorvegliata da un mostro invincibile. Questo però non era il suo caso. Al contrario: Marco pensava che fosse stata proprio Thea a salvarlo dalla solitudine di quell’estate. Senza di lei, il vero prigioniero sarebbe stato lui.

Un mostro c’era però, Marco ne era sicuro. L’aveva visto comparire lungo le mura del castello, quando quella sabbia color oro ne aveva tracciato la sagoma. Nel disegno, che con persistente evanescenza ancora illuminava la torre, Thea era seduta sopra una spalla di quella creatura. Se l’avesse liberata, forse insieme a lei sarebbe uscito anche quel mostro. Era un rischio, certo, ma non era nulla se paragonato alla paura di perdere Thea. Doveva salvarli entrambi dunque, a qualsiasi costo, ma come? Il sole era ancora alto nel cielo estivo e Marco inspirava profondamente. Poteva sentire il profumo della salsedine arrivargli fin giù nei polmoni. Si sdraiò di nuovo sulla sabbia rovente, solcandola con i gomiti per spostarsi lungo le mura ed osservarle da vicino. Attendeva trepidante la comparsa di altri segni dorati, un messaggio, un’indicazione su come riuscire ad aprire un varco senza il rischio di ferire Thea.

 

Thea non aveva bisogno di parlare per comunicare con il Piangisabbia. Era come se quella strana creatura facesse parte di lei. Bastava pensare ad una direzione che subito quella prendeva a muoversi per raggiungerla. Bastava immaginare qualcosa che immediatamente il Piangisabbia iniziava a disegnarla sulle pareti con le sue lacrime di miele dorato. In men che non si dica i due riempirono i muri spogli di ogni stanza con tantissimi disegni iridescenti. Nuvole, fiori ed uccelli dalle forme più bizzarre prendevano vita in pochi istanti sotto i polpastrelli del Piangisabbia. Case, ponti e ruscelli, interi villaggi e foreste nascevano dalla mente di Thea, e il suo compagno di viaggio li disegnava tutti. Presa in una danza frenetica e creativa, la strana coppia vorticava tra le sale del castello, che per troppo tempo era rimasto spoglio, ed ora invece, andava riempiendosi di vita. Una vita che riusciva ad attraversare lo spessore dei muri, ed arrivare così fin sotto il naso di Marco, che da fuori osservava a bocca aperta lo svolgersi di quella danza febbrile. Non riusciva a vedere Thea ed il mostro, ma ogni cosa che loro disegnassero compariva luminescente sulle pareti del castello.

L’euforia di quella danza andò placandosi, e Thea pensò che avrebbe dovuto suggerire a Marco il modo per liberare lei ed il Piangisabbia. Era bello stare in quel castello insieme a quella creatura che la capiva così profondamente, ma voleva tornare alla sua vita, ed era certa che anche Marco proprio in quel momento fosse lì fuori, ansioso di trovare il modo per farli uscire.

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Thea immaginò un grande portone, alto a sufficienza da permettere al Piangisabbia di attraversarlo. Il suo pensiero prese subito forma su di un’ampia parete della torre principale, e fu soltanto allora che Marco capì cosa avrebbe dovuto fare. Che sciocco era stato a non pensarci prima, era così semplice. I profili di un alto portone ora brillavano d’oro e suggerivano a Marco di aprire un varco proprio in quel punto, seguendo quelle linee.

Pronto a scolpire il portone nella parete, Marco avvicinò il dito alla torre. Lo fece affondare e sentì il fresco della sabbia umida lambirgli le falangi, poi lentamente iniziò a muoverlo per seguire la sagoma del portone che Thea aveva immaginato per lui. Dopo aver tracciato il contorno della grande porta, delicatamente rimosse la sabbia che riempiva il varco e si alzò in piedi.

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Fece due passi indietro e guardò attraverso il portone: il buio all’interno del castello sembrava chiamare la sua anima. Dalle viscere della fortezza soffiò un vento silenzioso; Marco allargò le narici e inspirò profondamente, e tra l’aroma di sabbia umida e di oscurità, riconobbe il profumo dolce della pelle di Thea.

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