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Il Viaggio di Thea

Testi: davide.pellegrino | Illustrazioni: martina.acetti

Marco non riusciva a credere a ciò che aveva appena visto: Thea era caduta su quel castello di sabbia ed era letteralmente scomparsa. Aveva alzato un gran polverone ruzzolando sulla sabbia e, quando la polvere s’era posata, Thea non c’era più, e una delle torri del castello aveva una breccia aperta lungo il muro. Che fosse passata di lì rimpicciolendosi ed ora fosse intrappolata lì dentro?

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Si sdraiò con la pancia sulla sabbia bollente per guardare da vicino il castello. Sentiva il cuore sbattere contro la sabbia che, da morbida com’era prima mentre giocava con Thea, adesso era diventata dura e scomoda. Il prurito acuto provocatogli da una goccia di sudore che dalla fronte colava lenta fino alla punta del naso, lo costrinse a grattarsi rapidamente per liberarsi al più presto del fastidio. Non sapeva che fare. Si mise a guardare l’interno del castello dalle minuscole finestre lungo le mura, mentre il suo cuore, battendo contro la sabbia, ne spostava dei granelli qualche millimetro più in là.

Thea si risvegliò con la sensazione di aver dormito per un giorno intero. Si sentiva riposata, i suoi muscoli erano rilassati a tal punto che durante i primi istanti dopo il risveglio non si accorse nemmeno di essere in quel castello insieme a quella misteriosa creatura. Ma dopo pochi secondi la sua coscienza tornò limpida. Quante ore aveva dormito? Dov’era quel mostro? Guardò in alto il soffitto lontano che si perdeva nel buio, e lentamente si mise seduta. Si trovava su un gigantesco blocco di pietra, posto al centro di un’enorme cupola, pensò che quello doveva essere il letto su cui dormiva quell’essere fatto di sabbia. Davanti a lei una porta si apriva sull’oscurità, era l’unica via d’uscita da quella stanza. Il ginocchio le bruciava ancora, si ciucciò un dito e lo passò sulla ferita, mentre continuava a guardare verso quella porta, incuriosita ed impaurita dall’idea che da un momento all’altro di lì sarebbe venuto il mostro. Thea non si sbagliava, fece appena in tempo ad immaginare la creatura comparire sulla soglia della porta, che già lei si trovava lì per davvero.

Iniziò a galopparle il cuore, ed ogni battito riecheggiava nella stanza vuota e silenziosa, dissolvendosi nel buio. Il mostro stava in piedi a pochi metri davanti a lei, ma non avanzava, forse per non spaventarla. Thea lo guardò negli occhi e vide lacrime dense come miele e dorate come il sole, iniziare a sgorgare dagli angoli blu di quelle sfere. Era il primo pianto di gioia del Piangisabbia.

Ora non era più solo.

Dallo sguardo della creatura e dal suo pianto intenso, Thea capì che non c’era motivo di esserne spaventati, e timidamente con la mano ancora umida di saliva e di sangue, invitò il mostro ad avvicinarsi. Il Piangisabbia le si fece vicino con passi lenti, e posò lo sguardo sul suo ginocchio ferito. Raccolse con un dito un po’ di quel miele dorato che poco prima per la contentezza gli era sgorgato dagli occhi, e lo passò delicatamente sulla ferita. Pochi secondi e tutto era passato, il ginocchio di Thea non aveva più neanche un segno. Quanto può essere prezioso e salvifico pensò, ciò che custodiamo nelle stanze più segrete di noi stessi.

Il mostro l’aveva guarita, per questo Thea capì che si poteva fidare di lui. Fu soltanto allora che il Piangisabbia prese coraggio, e la invitò con un gesto timido a sedersi sulla sua spalla. Voleva mostrarle il suo castello, dalla sua prospettiva. Lei si mise in piedi, guardò in su per incrociare lo sguardo della creatura e pensò che lì in alto, seduta sulla spalla del mostro, di sicuro le sarebbero venute le vertigini. Ma cosa importava, ogni grande viaggio pensò, ci costringe ad affrontare una paura. Il Piangisabbia appoggiò la sua mano gigantesca proprio davanti a lei che, senza esitare, vi salì sopra. Pochi instanti dopo si trovava seduta sulla spalla sinistra del mostro, poteva sentire il suo respiro profondo e ritmato andare avanti e indietro come la risacca del mare. Poi il mostro iniziò a camminare.

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I due esplorarono insieme a lungo il castello, vagando per diverse ore, attraversando ogni stanza e percorrendo tutti i lunghi corridoi. Il silenzio era assoluto, si sentivano soltanto i loro respiri e l’eco dei passi del Piangisabbia gonfiare l’aria di un suono oscuro e profondo. Ogni dettaglio di quella fortezza, che per il Piangisabbia era soltanto motivo di noia e disperazione, per Thea diventava fonte di inesauribile curiosità. Era così accesa di entusiasmo da riuscire a trasmetterlo anche al suo compagno di viaggio, che d’un tratto sembrava essersi completamente dimenticato di essere stato così a lungo prigioniero di quelle mura.

Thea notò che sui muri di ogni stanza c’erano dei segni dorati. Delle linee, dei tratti che non riusciva a spiegarsi, sembravano il frutto di una mente che non avesse mai visto nulla del mondo reale, e che non ne conoscesse dunque nemmeno una forma.

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Prima dell’arrivo di Thea infatti, dopo ogni pianto il Piangisabbia faceva un disegno su una parete: raccoglieva le sue lacrime nel palmo di una mano, e con l’altra cominciava a disegnare sul muro, lasciando che quelle scie dorate componessero disegni senza significato. Ma adesso che Thea era lì, tutto era diverso. Ora il Piangisabbia riusciva ad immaginare cose nuove, e voleva lasciare sul muro la traccia di quel viaggio nel castello fatto insieme a lei.

Si fermò all’improvviso al centro di una grande stanza. Thea non sapeva perché l’avesse fatto, ma ormai non aveva alcuna paura del mostro, e lo lasciò fare. La creatura se ne stava lì impalata con gli occhi chiusi, come se stesse provando a concentrare tutte le sue energie. Thea seduta sulla sua spalla, ne guardava da vicino il volto, e notò che dall’angolo dell’occhio che lei riusciva a vedere, una prima goccia densa e dorata iniziava a sgorgare. Quella goccia che già era di fuori, sembrava in qualche modo chiamare quelle che ancora stentavano ad uscire, e quel pianto di gioia di nuovo si scatenò. Il mostro raccolse le sue lacrime nel palmo della mano e si avvicinò al muro, poi goffamente cominciò a disegnare lui e Thea. Nel disegno Thea era seduta sulla sua spalla, proprio come durante il loro viaggio insieme, e i suoi occhi tondi e profondi per la prima volta sorridevano.

 

Marco non si dava pace, Thea doveva essere da qualche parte lì dentro, proprio in quel castello.  Continuava a rimanere sdraiato per guardare da vicino la fortezza di sabbia, e sbirciava da ogni finestra. Aveva anche pensato di distruggere il castello per liberare Thea, ma se questo l’avesse ferita? No, non poteva rischiare di farle del male, doveva trovare un altro modo per farla uscire.

Mentre fantasticava sui gesti più eroici che avrebbe potuto compiere per liberare la sua amica, Marco vide un rigagnolo di sabbia scorrere lungo la parete di una delle quattro torri. Notò immediatamente che quella sabbia era speciale: sembrava avere una piccola luce d’oro dentro ogni granello.

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Poi vide, mentre la sua bocca si spalancava per lo stupore, che il disegno che quella sabbia andava tracciando, raffigurava una bambina seduta sulla spalla di un gigante.

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