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Scarymad: il racconto di Halloween.

Testi: davide.pellegrino | Illustrazioni: martina.acetti

Sotto l’occhio ciclopico del vecchio faro, che s’atteggiava come un dio che osserva e che poi si volta dall’altra parte, Augusto avanzava cauto oltre il cancello. Il vento che soffiava da ovest faceva vibrare le lamiere delle baracche e muoveva le bottiglie e le latte abbandonate a terra facendole tentennare grevemente.

Il piazzale del vecchio parco divertimenti era immenso e il mastro, solo com’era, si sentiva osservato da ogni suo angolo. La luce del faro tagliò di nuovo la notte disegnando una semiluna davanti ai suoi occhi e illuminando ad una ad una, tutte le baracche. D’improvviso gli occhi dei luridi pupazzi scintillarono prendendo vita grazie a quell’abbaglio ma dopo un attimo tornarono a nascondersi nelle tenebre.

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I guaiti di Giocondo erano l’unica guida per il mastro, che prese di nuovo a camminare nella direzione da cui provenivano. S’erano fatti più distanti ora, come se la bestia si fosse allontanata. Ma una bestia non s’allontana quando è impaurita pensò Augusto, ma svelta torna dal suo padrone. Qualcuno allora doveva averlo preso, e adesso lo stava portando chissà dove nelle viscere di quel luogo oscuro.

Il cancello da cui era entrato ormai stava dall’altra parte del piazzale e Augusto non riusciva più a distinguerne il profilo, inghiottito com’era dalle fauci della notte. Ora il mastro vedeva le mensole su cui sedevano le bambole e i pupazzi che lo avevano osservato sin da prima che varcasse il cancello. Poi vide, poggiato sul bancone d’una delle baracche, un fucile che in passato doveva servire per sparare alle latte e vincere quei pupazzi. Lo afferrò, e pur sapendo che si trattava d’un giocattolo che non l’avrebbe potuto salvare, adesso si sentiva pronto a proseguire oltre le baracche.

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Con il dorso della mano scostò una tenda sudicia e si ritrovò in un grande capanno la cui volta, distante e scheletrica, mostrava brandelli di lamiera sorretti a malapena da un’anima di metallo rugginoso. Lì dentro faceva più freddo e Augusto teneva in una mano il fucile, mentre con l’altra avvicinava i lembi del cappotto per ripararsi. I guaiti di Giocondo proseguivano intermittenti e adesso sembravano provenire proprio dal fondo del capanno, che ancora rimaneva avvolto nel buio. Le lamiere penzolanti stridevano piegate dal vento e riempivano l’animo di Augusto d’una frenesia terrificante. Il mastro tese le orecchie e si accorse che oltre al suo cane, altri esseri si lamentavano, emettendo gemiti sommessi e pietosi. Poi si accorse che più in là, verso il fondo del capanno, c’erano tante gabbie come in un pollaio. Lì dentro, percossi dal freddo che ne bruciava la pelle nuda, stavano uomini e donne a lamentarsi d’angoscia e di dolore.

D’un tratto Augusto capì qualcosa che prima di quel momento non aveva davvero considerato: di lì non sarebbe più riuscito a fuggire.

Poi l’orrore di quella visione lo pervase e lo agitò a tal punto che ebbe un conato di vomito. Si pulì la bocca con la manica del cappotto e imbracciò il fucile, pronto a scoprire cosa ci fosse in fondo al capanno.

Al suo passaggio tra le gabbie quegli uomini e quelle donne s’aggrappavano con le ultime forze ai gelidi tubi, gettandogli sguardi di supplica. Augusto li riconobbe tutti: c’erano Pietro, il libraio di Piana dell’Erica, poi Agnese la nipote di Berto, il vecchio fabbro di Pozzo Precipizio, e tanti altri abitanti dei villaggi della pianura, che uno ad uno erano stati rapiti e rinchiusi lì dentro.

Tra quei volti Augusto non ritrovò la sua Amelia, e questo gli diede la forza di pensarla ancora viva.

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Gli occhi di quelle persone però non erano più quelli che il mastro ricordava d’aver conosciuto: erano fori che lasciavano intravedere un’anima abitata soltanto dal dolore. Non c’era più traccia in quegli esseri d’umana speranza, e sembrava si accingessero ad una metamorfosi. I loro tratti e le loro movenze infatti andavano assomigliando a quelle d’una bestia che, dal dolore assoluto, risorge senza più ombra di compassione.

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Adesso il mastro era l’unico a conoscere quel tremendo segreto e tanto gli bastava per capire che, chiunque fosse l’architetto di quelle atroci torture, non l’avrebbe mai più fatto uscire di lì.

Il pensiero di non poter più fuggire non arrestò Augusto, anzi gli diede la forza per proseguire e ritrovare Giocondo e forse, anche la sua Amelia. Superò le gabbie dalle quali ancora le mani rigide e ossute dei prigionieri si protendevano verso di lui. Poi dal nero fondale del capanno si staccò una sagoma umana che portava in braccio un cane impaurito.

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